La rivincita

di Fabio Ciofi

Sono chiusottuso nel mio clamore.
Ho almeno altre venti cose da fare.
Rimango affranto dallo schianto.
Ci sono nomi che non puoi nominare.
Pulire il vetro del cielo, ad esempio.
Specchiarsi in una chiazza di marcio
da iperscrutare al fine di azzerarne l’odore.
Mordicchiare l’assenso infuocato del cactus
all'aridità frigida di un osso di seppia.
Oltrebaipassano sfagli umettati di intenso
arrabatto arrangiati pezzi di nesso
casuale arrancano dietro l’elmetto
di materiale riciclabile.

Tascabile è la portata d’intento di chi,
alterato dal turbine rimane illesa la crosta
ma dentro è uno scalpitare di rinvii
vento forte danneggia le scotte.
Ora il padre di tutti i rovelli è il titolo
adatto a permutare quello che appare
un connubio insanabile in corrivo
blaterare al ricatto del tempo.
Se perdono deve uscire dall’urna
non manomettiamo lo scrutastorie:
perché è un romperci il cazzo
uno che dice il suo male non servirà
a sollevare il suo mondo dal senso
di smacco.

Non ci riguarda l’afflizione.
Non vogliamo spiegazione.
Non ci affranca l’abiezione.
Non rinunceremo all’effetto speciale.
Non ci intacca la corrosione.
Non lo faremo il favore.
Non ci avranno vivi.

Detentori del proprio censo di colpa
fino ad assolvere la stessa entità nulla
che ci adorna.


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