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Storie di questo mondo di Silvia Golfera

Il ritorno

di Silvia Golfera

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“Il primo a tornare fu Chaim…Lo videro camminare lungo la riva, ma non indovinarono chi era. E come avrebbero potuto? Un tempo era atletico e largo di spalle, adesso era rimpicciolito, rinsecchito, il vestito a brandelli e, ancora più importante, senza faccia. Il falegname Chaim non aveva faccia. Il suo viso era ricoperto da un bosco rigoglioso di peluria, una selva serpeggiante e nera”. Così Ida Fink, scrittrice polacca scampata al massacro, descrive uno di quei pochissimi sopravvissuti che fecero ritorno al proprio villaggio, alla propria casa, spesso nell’incredulo stupore dei compaesani. Che Chaim sia un uomo senza volto pare quasi ovvio, dal momento che molto spesso il prezzo della sopravvivenza era proprio una rinuncia all’identità. La stessa Fink si salvò grazie a documenti ariani. Sarebbe interessante vedere se e come questa sia stata recuperata e a quale prezzo. Senza dubbio qualcuno se ne sarà occupato e potrebbe costituire tema di un prossimo intervento.
Ida Fink, scrittrice polacca, emigrò in Israele nel ’57, ma ha continuato per tutta la vita a scrivere in polacco mentre dai suoi racconti traspare un’ardente passione per questa sua patria negata. Emigrò assieme ad altri ventidue scrittori, quando il governo cercò di mascherare con una nuova (vecchissima) ondata di antisemitismo i fallimenti e lo scontento generati dal regime, facendo ricadere sui dirigenti ebrei la colpa delle ‘degenerazioni’ del comunismo.
Ma cosa trovarono gli ebrei al loro ritorno? Ulisse sa bene come il rientro in patria sia carico di dolore e di pericoli, quasi quanto il viaggiare in terre sconosciute. La speranza/disillusione di chi torna a casa dopo l’esilio è fra le esperienze più antiche che l’umanità abbia sperimentato. Chi parte perde sempre qualcosa, ma forse gli ebrei, nella loro condizione spesso ambigua di “cittadini ospiti” hanno perso più degli altri. Operare delle generalizzazioni è molto difficile, i dati sono scarsi, a volte contrastanti, inconciliabili.
Per alcuni ci fu la solidarietà dei vecchi conoscenti, ma spesso non fu certo con gioia festosa, con sollievo, con ringraziamenti a Dio, che i più accolsero i loro antichi vicini ebrei.
Per altri addirittura, la salvezza non arrivò neppure con la fine della guerra, sgozzati da chi era entrato in possesso delle loro case, dei loro campi, degli oggetti quotidiani, e non intendeva più rinunciarvi.
Un caso ancora a parte è quello passato alla storia come il Pogrom di Kielce.
Kielce è una cittadina della Polonia dell’Ovest, che prima della guerra contava una popolazione di circa 75.000 persone, di cui 25.000 ebrei, che furono quasi tutti assassinati a Treblinka nell’estate del 1942. Dopo la guerra, terminata nel gennaio del 1945, ne tornarono gradualmente in città circa 200, molti dei quali trovarono dimora in un unico grande caseggiato di via Planty 7
Il primo luglio 1946 scomparve un bambino di 8 anni, Henryk Blaszczyk. Riapparve tre giorni dopo raccontando di essere stato rapito dagli ebrei, che tenevano chiusi in una prigione, da cui era miracolosamente scappato, bambini polacchi, in attesa di essere sacrificati per impastare col loro sangue il pane pasquale.
La polizia perquisì il casermone di via Planty, naturalmente senza trovare nulla. Ma intanto la voce si era diffusa e la mattina del 4 luglio una folla inferocita si precipitò per le strade. Erano passati 18 mesi dalla fine della guerra, poco contava la considerazione che circa 8 ne mancassero ancora alla Pasqua. Nessuno si premurò di verificare la veridicità delle dicerie. Seweryn Kahane, responsabile del comitato provinciale ebraico, chiese per telefono la protezione della polizia, ma gli fu risposto che era già impegnata in altre operazioni. Si rivolse allora ai militari russi di stanza a Kielce, che dichiararono di non voler interferire coi fatti interni polacchi. Supplicò il vescovo Kaczmarek di parlare alla folla, ma la Chiesa, che su tante cose si pronuncia, allora trovò più comodo tacere. Fu una strage, di cui fu vittima lo stesso Kahane, raggiunto nel suo ufficio. La popolazione, e non solo i soliti infelici miserabili, afflitti da povertà e ignoranza in egual misura, ma anche studenti e borghesi, tutti furono percorsi da un fremito di parossismo antisemita. In preda a una delirante isteria collettiva circondarono il palazzo dove abitavano gli sventurati dracula, li stanarono col fuoco e ne uccisero 42.
Itzhak Zukerman, uno degli eroi del ghetto di Varsavia, era ancora in Polonia in quel tempo e si recò a Kielce nel pomeriggio del 4 luglio. In una lettera alla moglie descrive con amarezza le strade della città percorse ancora una volta da sangue ebraico e da torme di popolazione in preda alla follia.
Più tardi emerse che il bambino si era semplicemente recato nel villaggio di Pieradlo, a 25 Km di distanza, a casa di uno zio.
L’episodio è rimasto tabù in Polonia per circa cinquant’anni. Alcuni commentatori del tempo congetturarono addirittura che il linciaggio fosse stato orchestrato dagli stessi ebrei per convincere i propri correligionari ad emigrare in Palestina. Attribuire alle vittime la colpa delle atrocità che le colpiscono è una cinica aberrazione di cui purtroppo non tutti sono ancora esenti. Neppure noi siamo a digiuno di accuse deliranti e becere nei confronti degli ebrei.
E dopo Kielce, qual è stata la condizione degli ebrei polacchi, se ne esistono ancora?
Nel 2000, sul Manifesto, è uscito a questo proposito un bell’articolo di Câcile Lie’ge.
Dopo il trauma della guerra e le discriminazioni subite sotto il regime comunista, gli ebrei polacchi si erano ridotti a circa 2000 unità. Un dato agghiacciante se si pensa che prima del 1939 erano 3.250.000 e che al genocidio ne erano sopravvissuti 250.000.
Soltanto oggi, col ritorno alla democrazia e con l’ingresso della Polonia in Europa, i pochi rimasti tendono di nuovo ad aumentare e tentano, con grande difficoltà, di recuperare il senso della propria identità. Riacquistano il coraggio di rivendicarsi ebrei, mentre la Polonia sta maturando la consapevolezza di essere stata per molto tempo un faro della cultura ebraica.
Nelle università polacche si riprende a studiare la cultura yiddish e i libri di Isaac Bashevis Singer hanno avuto, in questi anni, un enorme successo. Rinascono a Varsavia, e nelle altre città, scuole, istituzioni culturali, circoli e riviste ebraiche, spesso incoraggiate da alcune fondazioni americane, come la Fondazione Lauder, che lavora per il ritorno dell’ebraismo nei paesi vittime del nazismo. L’attuale governo vede con favore il reinsediamento e il riemergere di una comunità, per poter dimostrare che la Polonia non è il paese intollerante e razzista che molti ritengono.
L’antisemitismo sembra essere rimasto retaggio dei movimenti più beceri e di strati minoritari della popolazione.
La stessa chiesa polacca, dopo l’esperienza di Solidarnosc, il sindacato cattolico di Lech Walesa, che discusse, diede ampio spazio alla questione ebraica e accolse nelle sue fila molti militanti ebrei, sembra aver assorbito lo spirito del Concilio Vaticano II.
Una Polonia che sta cambiando, quindi, che nella libertà riesce a recuperare il senso complessivo della propria storia in tutte le sue componenti, senza cesure con quell’anima ebraica che tanto ha significato nella sua e nella cultura mondiale.
Del resto, come ricordava già Sartre in un bellissimo saggio del 1946 “Riflessioni sulla questione ebraica” l’intera questione del razzismo antigiudaico va capovolta: “Non è il carattere ebraico a provocare l’antisemitismo, ma al contrario è l’antisemita a creare l’ebreo. Il fenomeno primo è dunque l’antisemitismo, struttura sociale regressiva e concezione del mondo prelogica” che promuovendo una visione autoritaria della società, arriva a colpire chiunque affermi una propria specificità. Sartre invitava i giovani ebrei, che uscivano dalla guerra, a vivere senza complessi il proprio ebraismo, essendo il razzismo un fenomeno che si sviluppa indipendentemente dal proprio oggetto e che costituisce innanzi tutto un problema per chi lo pratica.

golferasi@yahoo.it

Già pubblicato sul quindicinale "Centomila" - Lugo (Ravenna)

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