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Un tavolo di confronto tra media e società

Dov'è finita la libertà di espressione? Dove sono le notizie, i fatti, le informazioni che potrebbero aprire nuove prospettive all'informazione. Oggi è tempo di censure. Segnaliamo volentieri il testo della piattaforma per la costruzione di un tavolo di confronto tra media e società, una iniziativa di due giornaliste, Giovanna Rossiello e Antonella Marrone, che si prefigge lo scopo di creare un luogo di discussione e di riflessione sull'attuale scollamento tra società civile e mondo dell'informazione.
Una iniziativa per contrastare l’omologazione informativa in Italia, lo scollamento tra l’Italia raccontata dai media generalisti - tv e giornali - e il pluralismo delle tante realta’ in cui centinaia di migliaia di donne e uomini in ogni angolo del mondo operano nel segno dell’integrazione, della legalita’, della pace ha spinto un gruppo di giornalisti di media tradizionali e alternativi a confrontarsi, lavorare insieme sui pregiudizi che rendono poco visibili i tanti fermenti positivi nel nome di una cultura della solidarieta’ di cui solo sporadici frammenti fanno notizia. Nel confronto tra media e societa’ vogliamo rieducarci a riconoscere il grado di notiziabilita’ di un fatto, l’interesse pubblico di una notizia e dare piu’ visibilita’ a storie e situazioni legate a valori come tolleranza, legalita’, pluralismo, principio di responsabilita’.
Per questo presso l’associazione stampa romana e’ nato il tavolo di confronto tra Media e Societa’.
La sfida: informazione e censura. Il sistema dell’informazione deve trovare un nuovo assetto, uscire dalla gabbia dell’autocensura e del “parteggiamento”. In nome di schieramenti e lobby, spesso l’informazione viene bloccata anche laddove si presume esserci liberta’. Viene bloccata dall’opportunismo, dalle cordate, dal realismo politico. Vengono eliminate notizie piccole o grandi, non importa, basta che non facciano il gioco degli “altri”.
E’ quello che avviene per quel che riguarda l’informazione sociale: o e’ cronaca nera o non e’, per quello che riguarda, dall’inizio della guerra in poi, i movimenti della societa’ civile. A cominciare da quel “movimento” che tanto interessa se va in piazza (paventando scontri che giustifichino le poche pagine dedicate all’argomento), ma di cui pochissimi parlano in termini “politici”.
Nel nome di una nuova informazione e di una nuova cultura della solidarieta’ intendiamo lavorare sui pregiudizi, smontare i luoghi comuni per cui la solidarieta’ e’ sinonimo soprattutto di carita’, ribaltare i luoghi comuni per cui l’impegno quotidiano per rendere piu’ umana e vivibile la societa’ e’ affare da “anime belle”, che non fa notizia. Constatato che finora, separatamente, i due circuiti dell’informazione generalista da una parte e alternativa, in rete, dall’altra, non sono riusciti, autonomamente a far crescere un’informazione sociale diffusa, e non di nicchia, si e’ imposta la necessita’ di cambiare passo e fare leva sulla corresponsabilita’ tra giornalisti che condividono valori comuni sul senso del proprio lavoro.
Dal dolore una opportunita’ per cambiare: il lutto nazionale per gli italiani morti a Nassirjya ha aperto una squarcio sul significato di parole come patria, identita’, partecipazione, sulle quali ricentrare contenuti come solidarieta’, sobrieta’, umanita’, valori che vanno perseguiti indipendentemente dall’emozione suscitata da una tragedia collettiva.
L’impegno: in questo contesto di terrorismo internazionale sentiamo il disagio di trasmettere notizie a senso unico che creano spaesamento, angoscia ed impotenza. Dai giornali, dalle tv manca il lavoro di colleghi che dall’Italia e dal mondo riferiscano molte altre storie, notizie, fatti.
Perche’ gli argomenti legati al “non profitto”, alla giustizia sociale, a esperienze “politiche” nuove vengono eliminati o tutt’al piu’ inseriti nelle brevi? Perche’ chi cerca di promuovere iniziative nell’ambito del sociale, del terzo settore, del volontariato, nell’ambito del movimento per la pace e per un altro mondo possibile, gli uffici stampa delle associazioni impegnate per un nuovo modello di sviluppo, devono pietire qualche riga anche in quei giornali che si dichiarano liberi e progressisti? Insieme dobbiamo poter convincere che storie e situazioni di tolleranza e integrazione sono notizie che devono trovare spazio, anche in tempi di violenza.
Una strategia condivisa va messa in campo per dare ascolto e creare alleanze con chi negli interstizi del disordine globale e’ impegnato a sciogliere i nodi dei conflitto, delle ingiustizie, nei paesi in guerra, come tra gli immigrati sotto casa. Persone in prima linea, icone del nostro tempo, non visibili ai piu’ perche’ non ancora intercettate dalla politica e dalla maggior parte dei giornalisti.
Eppure l’Onu ha censito cinquanta mila organizzazioni - da Terre des hommes ad Amnesty International - dove centinaia, migliaia di persone fanno qualcosa, tutti i giorni, con la coscienza di essere “cittadini globali”. Con i loro comportamenti quotidiani - le proprie preferenze di consumo, stili di vita, partecipazione alle campagne di impegno civile - il proprio impegno sociale contro ogni tipo di disagio, nelle grandi citta’ come nei piccoli paesi, si ritrovano a condividere valori comuni aldila’ della propria appartenenza politica.
Il rischio: il male “quotidiano” non scuote le coscienze, non fa sentire necessario il proprio coinvolgimento in prima persona. Come cittadino come politico, come giornalista. Ma e’ inutile trincerarsi solo dietro le “grandi” battaglie per la liberta’ d’informazione se poi questa liberta’ non sanno “sostenerla” per primi coloro che la richiedono. La libertà d’informazione e’ diritto certo, ma anche un dovere (per chi fa questo mestiere) di offrire scelte a chi legge.
L’informazione generalista procede impoverita perche’ incapace di vedere, registrare, ascoltare fuori dei palazzi. D’altra parte anche il mondo un po’ più sensibile dell’informazione non profit e dei movimenti attraversa ostacoli se le informazioni utili anche a chi non ha accesso a quel tipo di informazione (definita cinicamente “virtuosa” dai non addetti ai lavori) non riescono a sfondare sui media tradizionali. Forse anche qui c’e’ un po’ di autoreferenzialita’ che, come in politica, rende difficile la coordinazione tra progetti di pubblica utilità.
Un altro scopo del tavolo di confronto tra media e societa’ e’ quello di contrastare i danni causati dalla concentrazione dei mass media, dall’uniformità al modello di tv commerciale, dal sistema integrato delle telecomunicazioni che di fatto restringono gli spazi del pluralismo ad orari improponibili in tv, al di fuori dei notiziari che invece sono visti da molte più persone.
Il tavolo si impegna a produrre riflessioni da trasformare in una piattaforma da sostenere con un dialogo continuo tra tutti i soggetti interessati a livello locale, nazionale, europeo per informare di piu’ sulle storie e sui fatti legati a valori condivisi come la dignità’ delle persone, l’uguaglianza, la pace, la legalità’, il pluralismo, il principio di responsabilità’. Molti colleghi vorrebbero lavorare sulle cosiddette “non notizie” che vorrebbero analizzare, verificare, indagare oltre il conformismo della macchina dell’informazione.
La comunicazione produce cultura, relazioni, comportamenti. Insieme possiamo provare ad incidere, dal locale al globale, dai quartieri all’Europa. Per un progetto di cambiamento di partecipazione e solidarieta’.

Giovanna Rossiello - Antonella Marrone [Redazione Cunegonda Italia]

www.cunegonda.info

Roma. Novembre 2003

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