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PARMALAT lava più bianco

di Vincenzo Ziliotti

Il caso Parmalat è giudicato dall’unanimità dei media nostrani come un atto di criminalità ordinaria, truffa nella fattispecie.
Per quanto ne so e per quanto la mia memoria cinematografica e di lettore mi aiuta, la truffa è un atto perpetrato all’impronta. Totò che vende la fontana di Trevi al ricco turista Americano, ad esempio. La tempistica è quella del prendi i soldi e scappa. Intascato il bentolto si fugge verso nuove avventure. A dir la verità il cinema ci ha fatto vedere anche truffe complesse, dove si mettono in piedi sale corse finte, ad esempio. Ricordo la Stangata con un impareggiabile duo Redford - Newman. Ma anche qui un volta, allamato il gonzo, gli si sfila il portafoglio e si fugge con il conquibus. Si può vivere una intera vita facendo i truffatori, ma è necessario cambiare spesso aria, luoghi, identità per sfuggire ai truffati. Nel cinema come, come nella morale corrente la truffa non è mai premiata, al massimo può dare in vita spericolata come quella di Steve Mc Queen, cinque minuti di felicità, no di più.
Ciò che mi impressiona di quanto accaduto a Collecchio, ormai capitale mondiale del capitalismo truffatore, stadio maturo del giovanile capitalismo truffaldino, è la complessità e la durata dell’esercizio truffatorio. Parmalat è una global company: enne stabilimenti in quasi ogni luogo, società, partecipate diversificazioni nel turismo, nell’industria del Pallone, retta da un imprenditore e da un gruppo di manager molti della prima ora. A questo gruppo vanno riconosciuti alcune intuizioni fondamentali ovvero:
1) Innovazione nella tecnologica di processo e di prodotto: il trattamento UHT del latte al posto della tradizionale pastorizzazione, elimina la necessità del trasporto refrigerato ed allunga il periodo di conservazione del prodotto. Il latte può essere consumato anche in climi caldi, con investimenti minimi per la sua distribuzione. La disponibilità del latte UHT ha consentito una espansione significativa dei consumi in nuove aree geografiche. Altra innovazione: dalla confezione in bottiglia di vetro al Tetrapak ®; così si semplifica il ciclo produttivo. Si elimina il riciclo, si facilita il trasporto.
2) Comunicazione: come spiegò il Dr. Barili in un’interessante conferenza tenuta nel 1977 a Milano, il latte era ed è un prodotto conosciuto, la pubblicità di prodotto non è quindi necessaria, ma la comunicazione doveva essere tutta impostata sulla marca. Quindi le sponsorizzazioni per veicolare il brand. Un marchio quello Parmalat costruito in economia usando i caratteri letraset trasferibili corsivi; divenne popolare grazie ad un interminabile slalom parallelo che tenne davanti agli schermi milioni di telespettatori in tutta Europa. Gli striscioni sulle piste in quei tempi eroici erano piantati da un gruppo di ragazzotti dell’Appennino parmense, zona d’origine del Dott. Barili, che andavano su tutte le piste dell’allora Coppa del Mondo remunerati da un semplice rimborso spese. Grandi idee ma mezzi modesti, già allora.
Alla metà degli anni ottanta, La strategia di comunicazione Parmalat ha un cospicuo punto di svolta: alla comunicazione di brand si affiancano rilevanti investimenti rivolti al contesto locale. L’apice è raggiunto con l’acquisto della squadra di calcio, che da modesta navigante fra la B e la C raggiunge i vertici del calcio Europeo. Non solo, ma Parmalat ed il patron in persona diventano i secondi finanziatori privati, dopo Barilla, del nuovo campus universitario Parmigiano. I motivi sono anche qui chiari e semplici: nonostante la dimensione multinazionale, l’azienda è considerata dalla finanza e dall’opinione pubblica locale di affidabilità e prestigio modesto, sensibilmente inferiore a quelli goduti dall’altra gloria locale, la gloriosa casa Barilla.
Le innovazioni di prodotto e di processo, non cambiano il dato di fondo, ossia quello di operare in un settore caratterizzato da margini di profitto sostanzialmente modesti. Il latte è un bene primario con limitate possibilità di aggiungere valore ad una materia prima in se già perfetta. Vi è quindi da subito una sproporzione fra i margini realizzati dal gruppo ed i costi impliciti in una strategia d’espansione produttiva e comunicazione d’alto profilo.
Mentre la realtà industriale del gruppo non cambia significativamente e il latte rimane il core business del gruppo, la strategia di comunicazione del gruppo funziona invece alla grande. Non solo sia afferma il marchio, ma anche nella seconda fase il successo va oltre ogni previsione. L’ascesa del Parma Calcio, il mecenatismo culturale e la beneficenza spicciola aprono al patron ed all’azienda le porte della finanza locale. Il Cavalier Tanzi. entra a pieno diritto nel Gotha degli imprenditori Parmigiani ad un livello di poco inferiore a quello del patron di casa Barilla.
In tutta la storia Parmalat la comunicazione con la politica rimane di tipo tradizionale. Qui non c’è nessuna innovazione. Dall’inizio l’imprenditore frequenta politici di governo. Parmalat è l’unica azienda privata che si lancia in un business monopolizzato da centrali del latte legate a fili doppio a referenti politici. Ricordo che a quei tempi il prezzo del latte era un prezzo amministrato, quindi se si voleva operare si doveva per forza avere un referente politico che ti aiutasse nella bisogna. La scelta andò alla DC ed al giovane ministro Goria.
Dopo gli antefatti veniamo al crack. Qui ci moviamo nel campo delle pure ipotesi, che potranno trovare forse conferma nei fatti futuri. Si propone, infatti, di interpretare l’accaduto non come una manifestazione patologica, ma come un accadimento reso possibile dalla fisiologia del capitalismo odierno.
Mettiamo insieme una global company molto brava nel fare comunicazione ed una finanza internazionale desiderosa di allocare le sue strabordanti liquidità, originate dall’economia legale e da quella illegale. Se questi due assunti sono veri, può scattare una reazione chimica.
La global company presenta una situazione di business molto più sexy del reale (un po’ come ha fatto Blair per giustificare l’intervento in Iraq); la finanza internazionale concede le liquidità richieste senza andare troppo per il sottile, forse con l’obiettivo non tanto di un ritorno del capitale, ma in primis di un suo impegno. Così si avvia il meccanismo che fra documenti falsi aziendali, consigli pelosi, consociate estere si auto-sostiene per circa quindici anni.
Quali accadimenti e ragioni ne hanno provocato l’interruzione non è dato sapere; sembra che alla fine ciò interessi poco, anzi non interessa proprio niente a nessuno.
In assenza di fatti e dettagli non ci rimane che ragionare sulla causa primigenia del crack, che si può individuare nell’applicazione di una “grandeur” di comunicazione e di scala industriale ad un business dalla profittabilità molto, molto modesta. Il tutto reso possibile da una notevole abilità di offrire ai vari pubblici consumatori, opinione pubblica locale, finanza nazionale ed internazionale, quello che volevano sentirsi dire, al di là di ogni criterio di significatività e fondatezza.
Ancora una ennesima conferma del carattere spettacolare e sostanzialmente velleitario del capitalismo nostrano? Mi sembra proprio di sì. Una cosa è certa, come ha detto il sig. Beppe Grillo, se Tanzi avesse fondato ForzaLat forse il crack non sarebbe mai avvenuto. Forzalat non sarebbe, infatti, costata di più del Parma Calcio. E’ noto, infatti, che il cartellino di un parlamentare centrista è molto più economico di quello di qualunque aspirante calciatore di serie A. Forse ForzaLat avrebbe consentito al patron di sedere in Parlamento, forse anche in un governo e nel frattempo vendersi metà dell’azienda, sistemando i conti della bottega. Bastava fare come ha fatto Silvio, insomma l’insuperato interprete Italiano del capitalismo nella società dell’avanspettacolo.

PS. Quando ho terminato quest’articolo, ho scoperto altre interpretazioni che si muovono sulla stessa linea d’ipotesi, che di seguito vi segnalo:
www.internazionale.it: un lungo articolo di Beppe Grillo, ampliato con un interessante ed istruttivo parallelismo con le vicende dell’altro Cavaliere e con giudizio sulla condizione del nostro paese. Il link è completato con i commenti di quattro corrispondenti esteri.
www.nuovimedia.it l’articolo di Patrizio Paolinelli "Parmalat, tutti colpevoli". Intervista a Sbancor.
Di quanto sopra segnalato condivido pienamente giudizi e conclusioni.


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