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8 marzo: l’ultima sfida

di Lorenza Montanari

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Londra, 1792. Mentre nella capitale inglese infuria il dibattito sulla rivoluzione francese, una donna di nome Mary Wollstonecraft dà alle stampe un’opera davvero insolita per quei tempi, intitolata “Rivendicazione dei diritti della donna”. Fu subito scandalo: il libro venne infatti considerato ‘sovversivo’ e del tutto fuori luogo, sia dagli uomini che dalle donne, anche le più ‘emancipate’ dell’epoca. ‘Iena in gonnella’: così il romanziere Horace Walpole definì questa Mary dal cognome, per noi, quasi impronunciabile, contro la quale si scatenò una vera e propria ‘guerra di idee’. Ma cosa aveva scritto, Mary, di tanto scandaloso? Semplicemente questo: “E’ ora di effettuare una rivoluzione nei modi di vivere delle donne, è ora di restituire loro la dignità perduta, e di far sì che esse, come parte della specie umana, operino, riformando se stesse per riformare il mondo”. E così via: il libro era tutto dedicato allo stesso tema e argomentava con convinzione il diritto della donna a partecipare attivamente alla società. In sostanza, con la sua opera la Wollstonecraft aveva gettato le basi del ‘pensiero femminista’. Di certo, ora, tutto quel ‘trambusto’ per la diffusione di concetti ai giorni nostri più che acquisiti, non può che strapparci un sorriso: sono trascorsi oltre 2 secoli e nel frattempo ‘ce l’abbiamo fatta’, realizzando proprio quel che la scrittrice londinese auspicava. E allora perché siamo ancora qui a parlarne? 8 marzo: festa della donna. Ma che senso ha festeggiare qualcosa che già si è risolto e che felicemente avanza verso i più luminosi traguardi? Insomma, ha ancora senso ‘festeggiare’ la donna? A questo proposito le opinioni si sprecano e, a coloro che sostengono la perenne opportunità di festeggiare chi un tempo era oppresso, si contrappongono i sempre più numerosi ‘detrattori’ dell’8 marzo, secondo i quali non si dovrebbe ‘celebrare’ qualcosa che non più lo richiede. I più ‘estremisti’, ritengono poi che questa festa sia addirittura ‘umiliante’ per il genere femminile, che in questo modo viene considerato ‘diverso’ e non facente parte della ‘normale’ organizzazione sociale. In primo piano, la ‘questione mimosa’: l’8 marzo, il fiore giallo per eccellenza pullula ovunque e invade uffici, case e persino i supermercati, che non mancano di cogliere l’occasione per ‘lusingare’ le clienti porgendo loro, insieme allo scontrino, mimose in tutte le salse, dal semplice rametto alla piccola confezione di caramelline gialle (che poi nessuno mangia e finiscono nel pattume l’anno successivo). Povera mimosa: ogni 8 marzo viene ‘sfruttata’, usata per scopi commerciali oppure utilizzata dai colleghi maschi per accattivarsi le compagne di lavoro, o ancora ‘presa a prestito’ da impietose mani maschili per una conquista amorosa o una riconciliazione familiare. E dire che, la mimosa, era stata scelta per le sue qualità di ‘freschezza’, di simbolo, in sostanza, di un’imminente primavera. Che bella la primavera: peccato che non la ‘sentiamo’ più, che non siamo più capaci di apprezzarne colori e odori, che ci passi sotto il naso completamente inosservata. Perché accade questo? Perché noi donne occidentali non abbiamo più tempo per la primavera: siamo troppo prese dal lavoro, dai figli, dai compiti domestici, tanto che non riusciamo neppure a tirare il fiato, figuriamoci a respirare l’aria primaverile. Abbiamo voluto la ‘parità’? Eccola, dunque: una vita che si snoda ‘al secondo’, senza il minimo spazio per noi stesse, che ci lascia ogni giorno esauste e ci estranea da tutto. Come si suol dire, abbiamo voluto la bicicletta e ora non ci resta che pedalare. Ma è una bicicletta ‘truccata’, dagli ingranaggi estremamente imbrogliati, forse proprio con l’obiettivo di ‘farci cadere’ per l’ennesima volta. E chi è l’autore di questo ‘simpatico’ sabotaggio? Sempre lui, il maschio, la nostra amatissima quanto perfidissima controparte. Il maschio, infatti, è furbissimo: dopo averci sottomesso per secoli, in nome della forza fisica e dei diversi ruoli nella procreazione, è riuscito anche ad approfittare del nostro sforzo a favore della ‘parità’, giocandolo a suo favore, ovvero come preziosa occasione per alleggerire le proprie responsabilità, mantenendo comunque il proprio ruolo di ‘capo indiscusso’. A nulla è servito, in tal senso, la cancellazione del titolo di ‘capofamiglia’: da buon menefreghista, l’uomo l’ha ignorata (del resto, ‘è solo roba burocratica’) e ha mantenuto, senza batter ciglio, il suo ruolo di ‘dominatore’. Così, mentre le donne si schiantano lavorando in ufficio o in fabbrica e dedicando il loro tempo libero alle faccende domestiche e alla cura dei figli, il ‘re leone’ sonnecchia sul divano, si appropria del telecomando e beatamente si rilassa. Di fronte a tutto questo, sono tante le donne che avrebbero voglia di fare retromarcia, tornare a mescolare minestroni, a stendere immensi bucati e a rispolverare il ‘tombolo’ del ricamo, all’insegna del ‘si stava meglio quando si stava peggio’. Ma attenzione: questo è proprio ciò a cui il maschio aspira. Accontentarlo? Giammai. Il lavoro alle donne serve per far parte della società attiva, come il ruolo di madre e ‘donna di casa’ serve per completare la propria personalità e dare un senso pieno alla propria vita. Più che un passo indietro, dunque, occorre fare un passo avanti: non è sfida da poco, considerata la ‘recidività’ dell’avversario, ma ne vale la pena perché la posta in gioco è cospicua: trovare un dialogo e iniziare a collaborare, a favore di entrambi: della femminile necessità di avere collaborazione, della maschile esigenza di non sprofondare in un’apatìa che porta solo allo scadimento delle proprie qualità. Per raggiungere tale obiettivo, entrambi i sessi possono ispirarsi all’opera della studiosa inglese Christine Battersby, che nel 1998, nel libro ‘The Phenomenal Woman’, ha scritto così: “Sebbene questo libro muova da una prospettiva femminista, le sue conclusioni sono rilevanti anche per gli uomini…spero che il lettore maschio possa seguire lo sviluppo delle argomentazioni, quando esploro la fondazione teoretica per un sé che è generato e che viene gradualmente formato mentre negozia e rinegozia l’alterità”. Vivere con l’altro, ‘essere l’altro’. Buon 8 marzo a tutti.

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