| |
Roberto
Asnicar è autore di alcuni racconti travestiti da erudite ricerche
d’archivio, divertimenti letterari costruiti come falsificazioni
storiche: Così passò (Imola, La Mandragora, 1998), Il caso Bartolo
Tozzoni (Imola, La Mandragora, 2000). In queste storie, Asnicar persegue
la creazione di vite immaginarie (seguendo forse una suggestione da
Marcel Schwob) in cui diviene arduo distinguere il vero
dall’immaginario, e l’invenzione può contenere anche alcuni particolari
autentici, alcuni dati verificabili. Ha scritto, inoltre, una raccolta
di pungenti aforismi, Rovi (Roma, Stampa Alternativa, 2000), un volume
di prose e frammenti, piuttosto amaro nel tono, che contiene alcuni
commenti visivi di Gian Ruggero Manzoni, Quilismi per un bambino ucciso
(Verona, Cierre Grafica, 2001) e infine, un romanzo pubblicato dalla
casa editrice faentina Mobydick lo scorso anno, Il segreto di Assunta.
In quest’ultimo, un uomo decide di fissare su carta, come a riportarne
la cronaca, una vicenda di cui è stato testimone e che lo ha coinvolto
emotivamente. Nell’incipit, annota a se stesso (e avverte il lettore):
“Ciò che mi spinge a scrivere ha i suoi lati oscuri. E forse per questo
ha sollevato in me un capriccio, uno stimolo a lasciare un segno di quel
che ho vissuto. Non si tratta di eventi speciali: ora che posso
giudicarli con sereno distacco mi accorgo che nulla d’incredibile c’è in
loro. Sento però che devo in qualche modo trattenerli (…) per
l’atmosfera nella quale si sono avverati” (p. 9). Questa ricostruzione a
posteriori di avvenimenti recenti, avrà il senso di un disvelamento, per
il narratore stesso, di certe sue motivazioni profonde, che lo indussero
a taluni comportamenti, che diremo. Il suo mestiere è quello di geologo
del comparto ministeriale, incaricato al controllo della compatibilità
ambientale di una diga in costruzione nell’alta valle del fiume Bradano,
in Basilicata. Si reca a questo scopo in un piccolo paese lucano che gli
è sconosciuto, di nome Acerenza. Vi giunge all’inizio di primavera e vi
rimane alcuni mesi, fino all’estate. Il soggiorno gli si prospetta
gradevole, per lui che è naturalmente ben disposto all’accoglienza del
nuovo, e non è affatto prevenuto verso culture diverse dalla sua. Il suo
è il punto di vista di chi è esterno ad una situazione, dello straniero,
dell’estraneo, di chi non sa, non conosce, poiché proviene da altre
consuetudini e valori, ma è aperto, ricettivo, curioso e disponibile a
capire la diversità. E’ civile, beneducato, di indole bonaria, indulge
volentieri alle prelibatezze della tipica cucina locale; il suo
ragionare è pacato, comprensivo, razionale, caratteristico di un
temperamento metodico e ordinato, disposto, però, qualvolta se ne
presenti l’occasione, a concedersi uno scarto imprevisto dalla norma (su
questo torneremo). In quel paese, Acerenza, i suoi poli d’attrazione
diverranno due: innanzitutto un luogo, come non di rado se ne trovano
nel nostro meridione, monumenti architettonici di stupefacente bellezza
e importanza storico-artistica, collocati in piccoli e decadenti centri
di provincia che paiono dimenticati e abbandonati a se stessi,
nell’incuria e nel degrado, e che meravigliano i turisti poco informati
e occasionali. Questo luogo, a suo modo labirintico e misterioso, che
nasconde anfratti e pertugi, cripte segrete, che custodisce affreschi e
sculture illustranti arcane simbologie capaci ancora di turbare il
visitatore, specie se sensibile e culturalmente avvertito, è una
cattedrale gotico-romanica. L’altro polo d’attrazione è una figura
femminile, una giovane che gli appare la prima volta come un’immagine
fantasmatica, oscura, luttuosa, impalpabile, sfuggente, e insieme
conturbante. Tra costei, il cui nome è Assunta, e la cattedrale in cui
si reca giornalmente ad un’ora stabilita, c’è un legame, un’arcana
relazione: l’uomo lo intuisce, e vorrebbe venirne a conoscenza, esserne
partecipe. Raccoglie allora informazioni sulla giovane donna, comincia a
pedinarla, ad osservarla a distanza, divenendone l’ombra (l’ombra di
un’ombra). Si accorge che Assunta osserva una regola che si imposta da
sola, che la separa dagli altri esseri viventi, relegandola in un
isolamento doloroso e misterico, senza luce, che sembra sfiorare
l’insania, la follia. Il narratore, come preso da incantamento, non
riesce a pensare ad altro; lui, così composto e persino pedante anche
quando indulge al suo spirito indagatore, così attento ai particolari,
meticoloso nell’annotare e registrare ogni indizio, si abbandona al
flusso dell’ossessione che lo ha invaso e lascia cadere ogni prudenza e
rispetto delle convenienze. Nel corso delle sue ricerche, sottrae una
documentazione da una biblioteca privata; decide di trascorrere, senza
autorizzazione, una notte nella cattedrale, per poterla perlustrare a
suo comodo senza imbarazzanti testimoni. Ma più grave ancora è la
morbosa tentazione che lo spinge a violare nascostamente l’intimità così
segreta e severamente custodita della giovane donna, che osserva mentre
è immersa nel suo cerimoniale di penitente, in una litania e in un
pianto non liberatorio, nella frenesia dolorosa di un rito ancestrale,
che porta a galla frustrazioni amorose e sensuali, pulsioni primigenie
di repressa femminilità e maternità, di corporea fisicità, in cui però
la gioia è stata bandita (sono le pagine più belle del libro). Questo
comportamento disinvolto del personaggio non passa inosservato: a sua
volta è spiato, sorvegliato, controllato e in fondo compatito dalla
comunità locale. In un paese, nulla accade che non si venga a sapere.
In una sua opera precedente, Asnicar aveva già tentato un elogio della
trasgressione, quale pulsione vitale e, in ultima analisi, utile e a fin
di bene: “Avevo notato fin dalla prima sala che non esisteva un sistema
di telecamere a circuito chiuso, e nemmeno c’era uno straccio di
guardiano (…). Fu un giochetto scavalcare il cordone che funge da limite
invalicabile. (…) E’ che le guide sono convinte di essere seguite da
gente ordinata e ligia ai doveri del visitatore. Ma tra loro ci sono a
volte anche dei soggetti come me, inclini alle zingarate. Diciamolo una
buona volta: le zingarate contraddistinguono in fondo i veri storici,
quelli che si infilano dappertutto senza rispetto. Pensate solo a
questo: se gli storici si fossero comportati così con molti degli
archivi che restano ostinatamente segreti, quante cose sapremmo già su
questioni scottanti del Novecento ?” (da: Il caso Bartolo Tozzoni, pp.
65-66, 34).
Dopo questa eloquente giustificazione delle “zingarate”, ci accorgiamo
di essere stati forse un po’ severi nel giudicare il personaggio; in
verità egli ha dalla sua una discolpa piuttosto austera, che interagisce
con la sfera del sacro. La cattedrale di Acerenza, di cui si è detto,
custodisce una suggestiva reliquia: il bastone del patrono del paese,
San Canio: “Si trattava (…) del sostegno del santo, il legno su cui
aveva appoggiato i passi del suo peregrinare (…). Il bastone era
seppellito in una cavità nel cuore del marmo; era stato scavato anche un
cunicolo cilindrico, lungo quanto un avambraccio, sulla faccia anteriore
dell’altare: i fedeli potevano infilarci la mano e tentare di toccare il
bastone. Ciò non era tuttavia semplice perché, ad evitare che qualcuno
trafugasse il bastone, era stata murata al fondo del cunicolo una croce
metallica che impediva alla mano di penetrare nella cavità e lasciava
sporgere solo le dita. Infilata la mano alla cieca si restava in genere
a bocca asciutta, ma a qualche fortunato poteva anche capitare di
palpare il bastone, e questo era interpretato come un segno di
benevolenza da parte del santo” (p. 27).
Proprio lui, lo straniero, viene beneficato dall’indulgenza del santo;
riesce senza difficoltà alcuna, e a maggior conferma anche in occasioni
successive, a toccare la reliquia. E’ dunque un predestinato, e gli sarà
concesso di conoscere segreti che devono comunque rimanere occultati al
mondo, e doverli a sua volta custodire.
In una recensione, una giornalista (Gea Eliana Mirenda) ha scritto:
quella di Asnicar è “una scrittura che ritarda gli effetti, che
temporeggia e indugia sui dettagli per creare in chi legge un’attesa che
verrà presto colmata” (“Corriere Romagna” 3 maggio 2001). Il lettore,
infatti, segue la vicenda insieme al personaggio-narratore, ne condivide
le ansie, le scoperte, le illusioni; è come lui partecipe della
dimensione a doppio binario, del dualismo su cui si costruisce la
tessitura del romanzo, quell’ibrido di moderno e arcaico che permea la
vita di quel paese, che a una prima impressione può parere vuoto,
inanimato, ma poi ci si accorge di “quanta vita possa palpitare nelle
chiuse stanze del meridione, con quanta forza gli oggetti che vi sono
conservati testimoniano delle esistenze che vi abitarono, quanti ricordi
vi girano e restano intrisi nella calce delle pareti” (pp. 89-90). |
|