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Contro la cultura della morte

di  Vittorio Moccia

 
 

Le centinaia di immagini relative alle torture in Iraq dovrebbero stimolare la nostra coscienza ad una profonda riflessione sul valore della vita umana e su quanto la sua misura riesca a costituire un elemento di condivisione culturale planetario.

 


Le centinaia di immagini relative alle torture, di cui militari americani ed inglesi in Iraq, in tutta la catena gerarchica, sono stati convinti protagonisti, dovrebbero stimolare la
nostra coscienza ad una profonda riflessione sul valore della vita umana e su quanto la sua misura riesca a costituire un elemento di condivisione culturale planetario, che trascenda idee, ideologismi, religioni, ordodossie, integralismi o peggio fanatismi.
L'immagine di una soldatessa che sorride in segno di vittoria, accanto al volto di un cadavere, la cui morte è stata per di più provocata dai bestiali pestaggi suoi e dei suoi commilitoni, segna un solco difficilmente colmabile tra la cultura della dignità umana e la cultura della morte.
Se da un lato ci risultava difficile credere che rappresentanze militari potessero essere
latrici di messaggi di pace e fratellanza, tanto più in una situazione convulsa e critica come quella irachena, dall'altro riteniamo che scandalizzarsi oltre il dovuto, per questo narcisistico edonismo militare da tortura, nasconda una buona dose di ipocrisia.
Negli Stati Uniti, paese maggiormente coinvolto nel caso torture, esiste ancora il triste rito della pena di morte, puntualmente celebrato, in occasione di ogni esecuzione, da gruppi di festanti cittadini nei pressi della camera della morte. Lungi da noi l’idea di rozze generalizzazioni, è innegabile che con quella pena di morte c’è chi ha solidificato la propria carriera politica, confidando sul consenso da essa suscitato e contrapponendosi senza esitazione a qualsiasi appello della società civile, finanche a quelli del Papa.
Non stiamo parlando di pseudo-stati africani o del sud America, per i cui cittadini, abbandonati al proprio destino, la sopravvivenza si basa spesso sulla reciproca sopraffazione dell’uomo sull’uomo né parliamo di regimi totalitari, la cui sussistenza si fonda su un sapiente miscuglio di rigore e terrore.
Stiamo parlando di cosiddette "democrazie compiute".
Su questa latente micro-cultura della morte, sapientemente gestita alimentando, come
nel caso sopra citato, il meschino istinto della vendetta, si sorregge, a nostro avviso, la macro-cultura di certe teorie neo-conservatrici e guerrafondaie. Tali teorie non si curano del particolare (la vita umana), ma mirano dritte all'obiettivo, con la delicatezza di un elefante in un negozio di cristalli.
Parliamo della cultura della cinica convenienza, per la quale un dittatore sanguinario un giorno è un fedele alleato, anche quando elimina fisicamente milioni di cittadini, un altro diventa un perfido criminale. E' nello specifico quella cultura da far-west, per la quale le convenzioni di Ginevra sul diritto umanitario rappresentano un superfluo barocchismo da ignorare, per chi ritiene di esser l'unico a possedere il divino potere e dovere di muovere i pezzi sulla scacchiera del mondo.
Sulla base dello stesso atteggiamento culturale, la resistenza civile di intere popolazioni viene spesso romanzescamente definita "terrorismo internazionale", senza
voler tener conto che il terrorismo rappresenta il più delle volte l’estrema folle degenerazione di situazioni incancrenite su sofferenze e prevaricazioni, per le quali non si è voluta cercare, con un minimo di determinazione, alcuna soluzione tramite la
via politica.
Con l’arma di persuasione della "lotta al terrorismo", si giustificano dunque più facilmente le peggiori nefandezze:  bombardamenti (possibilmente all’uranio impoverito) di civili inermi, uccisioni mirate, stragi e violenze, utilizzo di scudi umani,
torture "preventive". Questa storia dell’anti-terrorismo è il meschino filo conduttore che lega i morti di Sabra e Chatila a quelli della guerra irachena, i morti della Cecenia a quelli della striscia di Gaza.
Ci ferisce ancor più l’animo assistere impotenti all'inarrestabile e sprezzante perseguimento della politica della morte, perfino da parte di un popolo, anch’esso
rappresentato da una democrazia compiuta, che ha nei propri padri la testimonianza di uno dei più orrendi genocidi che la storia ricordi: è nel rispetto di quei padri e di quella tragedia, che si dovrebbe trovare il coraggio e la fierezza di seguire nuove strade, condotte dalla ragione e lastricate dal verbo del dialogo.
Non c’è dubbio che, per far fronte a questa terribile cultura della morte-che-chiama-morte, l’unica via oggi possibile è continuare a sostenere un’Europa più unita e più pacifista, che possa rappresentare un tentativo di ragione, pace e dialogo; un argine a certe preoccupanti degenerazioni che tanto accomunano gli uomini a bestie dissennate; una mano tesa a chi, in quelle democrazie della morte, invoca da tempo il cambiamento.
Le elezioni del prossimo Giugno sono un’occasione irrinunciabile per far sentire la propria voce.

Editoriale dell'Associazione Peacelink, 23 maggio 2004
 

 
 
 
 
 

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