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Sulla Proprietà intellettuale

e le Popolazioni Indigene
 

di Geog. G. Greve

traduzione di Patrizio Agostinelli

 

 
 

Una breve introduzione
Presento qui la traduzione di un interessantissimo articolo di Georg Greve che tratta della “Proprietà Intellettuale” e dei sui riflessi sulla vita delle popolazioni del Sud del mondo.
Nel momento in cui scrivo, il testo originale in inglese dell'articolo è situato presso il sito della FSF Europea raggiungibile all'indirizzo:

 http://fsfeurope.org/documents/iprip.it.html

Si sottolinea che la presente è una libera traduzione del saggio, senza alcuna pretesa di costituire la versione ufficiale in lingua italiana. Ogni diritto resta alla FSFE e all'autore.
I termini in neretto e in corsivo sono stati aggiunti dal traduttore solo per l'esigenza di rendere meglio leggibile il documento a video.


Sulla Proprietà intellettuale e le Popolazioni Indigene
Durante il mio lavoro presso il World Summit dell'Information Society (WSIS), sono entrato in contatto con popolazioni che non mai avevo incontrato prima, e questo mi ha dimostrato come alcune idee possano nascere in modi che non si immaginano.
Il seguente articolo è il risultato del mio tentativo di comprendere i problemi delle Popolazioni Indigene e alcuni dei loro bisogni essenziali; una ricerca che avevo iniziato sin da prima del WSIS, quando mi incontrai e discussi con alcuni esperti legali provenienti dallo Sri Lanka che stavano lavorando per difendere le locali conoscenze di medicina naturale.
Sebbene non possa dire di aver compreso la situazione locale in ogni suo aspetto, sembra evidente che le popolazioni di tutto il mondo stiano soffrendo per un processo di creazione di “Monopoli Intellettuali Limitati” sulle conoscenze che molte civiltà, specialmente del Sud del mondo, hanno sviluppato. In particolare le compagnie farmaceutiche stanno acquisendo dei Monopoli Intellettuali limitati, specialmente brevetti .
Questo processo, si caratterizza per una duplice strategia che usa gli squilibri di potere esistenti tra Stati e comunità e la legislazione internazionale contro popolazioni che nella maggior parte dei casi non hanno sufficienti risorse e forza contrattuale per sostenere lunghe contese legali. Successivamente, una volta acquisiti i cosiddetti “Monopoli Intellettuali limitati”, le aziende passano a distruggere le pratiche tradizionali ancora esistenti, sostituendole con quelle brevettate, il che significa negare, in pratica, ai popoli quelle usanze che sono stati costumi collettivi per generazioni.
Di questo problema, causato da una monopolizzazione capillare di risorse culturali e “naturali”, sono restato sorpreso in particolare di quante popolazioni sembrano volere e cercare di attuare una brevettazione ancora più intensa per loro stesse, sotto la forma di “diritti di proprietà intellettuale”, includendo in essi il loro patrimonio culturale. Ma l'avvento della “Proprietà Intellettuale” non permette certo una maggiore libertà. Ho seguito le discussioni sui problemi nati dalla brevettazione dei geni in Europa, dove la gente era (spesso senza saperlo) privata soprattutto dei diritti personali su se stessi, a causa di medici che brevettavano i geni che scoprivano quando analizzavano questi soggetti.
Sentendomi solidale con le Popolazioni Indigene di questo pianeta, vorrei cercare di capire qual è stata la ragione per la quale stanno chiedendo un tale incremento della Proprietà Intellettuale anche se apparentemente a loro favore. É questa la ragione di esistenza del mio documento.
Lasciatemi tentare di descrivere come sembra che questa appropriazione e monopolizzazione avvenga. E domandiamoci innanzitutto come cambierà la situazione per queste genti se la domanda di espansione di monopoli intellettuali limitati avrà successo.
Immaginiamo un mondo ideale in cui la brevettazione da parte degli stranieri si arresti e le Popolazioni Indigene ritrovino la piena “proprietà” e “controllo” su tutte le loro risorse culturali, intellettuali e le cosiddette “naturali”.
Ciò non cambierà per quest'ultime la situazione riguardo i problemi fondamentali come il cibo, l'acqua, la previdenza sanitaria, l'educazione, l'economia, l'indipendenza e la stabilità politica. Soprattutto, ciò non darà accesso al sapere accumulato nel corso della storia su questi argomenti. Infatti il prezzo da pagare per questo cambiamento è di accettare l'ideologia fondamentale che sapere e cultura sono cose che gli individui possono “possedere”, e per questo è stato giusto di dare la piena “proprietà” e “controllo” a coloro che hanno costruito il suddetto sapere.
Se questo sarà il punto di riferimento morale universalmente accettato, secondo il principio di eguaglianza dei diritti umani, le Popolazioni Indigene hanno accettato che il Nord del mondo è moralmente autorizzato a non dare a loro l'accesso al suo sapere raccolto nel corso dei secoli, sapere che è il principale responsabile delle macroscopiche differenze tra i due mondi e della la divisione ineguale del potere a livello globale.
Così i “diritti di Proprietà Intellettuale” sono merci di scambio. Includendo in questo sistema la cultura e le tradizioni delle popolazioni indigene, queste ultime verranno considerate in primo luogo merci di scambio. Saranno quindi comprate e vendute, e rispettate per il loro valore economico prima di ogni altra cosa. Un'ideologia questa che porta con sé la tendenza a considerare il sapere culturale e tradizionale soprattutto come qualcosa da cui massimizzare il profitto.
Rimuovendo l'obbligazione morale per il Nord del mondo a condividere il suo benessere e la sua conoscenza, lo scambio di sapere tradizionale per le Popolazioni Indigene avrà una rilevanza economica estremamente ridotta per assicurare il futuro delle loro genti, poiché a causa delle diseguaglianze del potere a livello mondiale, i prezzi e le condizioni contrattuali saranno decise per la maggiore dalle multinazionali del mondo ricco. Resistere a loro vorrebbe dire ridursi a non poter effettuare una transazione commerciale. E accettare le loro condizioni sarà spesso l'unica condizione per ottenere l'accesso indispensabile a cibo, acqua, sanità, educazione e alla conoscenza di pubblico dominio. Nel più estremo dei casi, la cultura e le tradizioni delle popolazioni indigene finiranno con l'essere “proprietà” delle multinazionali del Nord del mondo. Secondo i contratti, le generazioni future delle popolazioni indigene non saranno autorizzate ad “usare” le loro eredità culturali.
Le conseguenze non possono che essere gravi. Indifferentemente da quale sarà il soggetto che andrà ad assumere una posizione di monopolio su di un determinato pezzo di cultura, è questo un processo che minaccia di troncare i legami sociali tra i “possessori” e il resto del genere umano. In un sistema di “Proprietà Intellettuale” la condivisione e anche la semplice comunicazione è pericolosa. Ogniqualvolta un autore o un “creativo” entra in contatto con qualcun altro, i due dovrebbero comportarsi in modi estremamente circospetti e possibilmente rompere immediatamente i contatti smettendo di parlare nel caso che possano ispirarsi dalla discussione, dato che violerebbero il copyright e la sua vasta legislazione
Questa legislazione può essere estesa su questi aspetti sia dalle Popolazioni Indigene, sia dalle Corporazioni Settentrionali che hanno “comprato” un particolare pezzo di tradizione ed ora lo “possiedono”
Conseguentemente il sistema della monopolizzazione sta distruggendo il sistema della solidarietà, la comunicazione e la condivisione di sapere che connette l'intero genere umano. Per le Popolazioni Indigene significa che il loro linguaggio, i loro rituali e tradizioni sono in pericolo di venire distrutti con l'ultima generazione che ne resta a conoscenza.
In un mondo e in un sistema ideale e perfettamente funzionante, il prezzo da pagare per questa espansione di monopoli altro non può essere che l'identità culturale dei popoli indigeni. Ma siccome non ci accade di vivere in un mondo perfetto, la realtà non è mai così chiara e lineare come l'abbiamo descritta.
Nel concreto, in base alle esperienze precedenti, si potrebbe prospettare che le aziende del Nord del mondo ogni volta che entreranno in transazione con le Popolazioni Indigene cercheranno, tramite avvocati, legislazioni e investimenti economici, di dimostrare che quella particolare pianta, questo particolare rito e questo brano musicale che stanno cercando di acquistare non è esclusivo delle Popolazioni Indigene con cui stanno commerciando: così da rendere confusi i concetti di identità culturali. Se le Popolazioni Indigene volessero rivendicare il riconoscimento dei loro diritti, dovrebbero passare anni interi nelle corti con altissime spese, contro i migliori legali che il denaro può comprare; e le Corporazioni possono spesso attendere per una “soluzione biologica” dei loro problemi – un cinico eufemismo usato per riferirsi alla morte di coloro che li hanno portati in tribunale.
Con o senza questi casi, le multinazionali entreranno in negoziato con tutte le Popolazioni Indigene che potrebbero dichiarare dei diritti su questa “proprietà” e comprare da quelli che faranno la minore offerta, lasciando le altre con un improvviso calo di profitto che li indebolirà. Infatti quando si è consapevoli che l'opporre delle resistenze nell'entrare in trattativa sulla vendita di un dato bene non comporta una crescita di profitto finale, aumentano immediatamente la propensione ad aprirsi da subito alle transazioni commerciali.
Oppure, quando verranno offerti in cambio cibo ed educazione per i loro figli, altre Popolazioni Indigene potrebbero essere tentate di sostenere la posizione della Compagnia in tribunale. Appare perciò plausibile che questo sistema ha anche l'obiettivo di mettere in crisi la solidarietà tra le diverse popolazioni, possibilmente finché il danno non sarà recuperabile.
L'aver trasformato ciò che originariamente era una questione morale e culturale in una transazione commerciale e in una questione legale, dimostra l'assoluta inadeguatezza del diritto internazionale – la sua mancanza di neutralità e la tendenza a favorire quelli che hanno i migliori avvocati.
Alcune Popolazioni Indigene potrebbero vincere la “lotteria dei diritti di Proprietà Intellettuale” trovando alcune piante di grande valore o qualcosa di simile. Ma questa lotteria conosce pochi vincitori e molti perdenti – e vincere in questo contesto significa anche “uscire dalla neutralità”, schierarsi a fianco del sistema, e acquisire dei profitti irrisori in confronto ai patrimoni delle Corporazioni Settentrionali. Se questo è il prezzo da pagare per entrare in questo sistema, allora si tratta di entrare in un gioco molto simile ad una specie di roulette russa dove tutti i caricatori del tamburo nella pistola sono carichi, e si ha una sola probabilità di trovare quello vuoto.
In fin dei conti, appare sempre più evidente che il sistema e l'ideologia della “Proprietà Intellettettuale” si è evoluto esclusivamente per soddisfare i bisogni delle grandi compagnie, incurante dei massicci problemi che creano agli stessi autori e ai “creativi” della società del mondo avanzato, ma soprattutto delle sempre più macroscopiche diseguaglianze che si creano del mondo e delle quali la Proprietà Intellettuale è direttamente responsabile.
In conclusione l'unica speranza per una sopravvivenza di lungo periodo e di prosperità per le popolazioni indigene è una minore monopolizzazione, anzi il blocco dell'appropriazione delle loro risorse intellettuali e culturali.

Prospettive
Molto spesso i problemi devono essere affrontati dall'interno e dall'esterno allo stesso tempo. È importante per le Popolazioni Indigene trovare degli alleati attivi tra le fila del Nord ed educare i propri popoli a conoscere il funzionamento del sistema così che gli possa essere d'aiuto per alzare delle difese contro gli attacchi immediati.
Dall'altra parte bisogna cercare di sfatare il dogma per il quale la Proprietà Intellettuale si è definitivamente instaurata come principio economico e sociale, iniziando con evitare l'uso di questo termine pericoloso e carico ideologicamente preferendone uno alternativo come “monopolio intellettuale limitato” o meglio ancora – parlando dei loro effetti – essere precisi sulle specifiche aree di copyright e brevetti esistenti.
Al posto di chiedere “proprietà e controllo di”, potrebbe essere meglio domandare “Pieno Beneficio” e la priorità delle “nostre culturali, intellettuali e cosiddette naturali risorse”. Questo rappresenta una possibile soluzione al problema senza la sottomissione all'ideologia del sistema di potere che è la Proprietà Intellettuale.
Io spero che questo mio intervento possa essere un utile contributo ad un dibattito fondamentale che si è svolto al World Summit – e mi piacerebbe di poter vedere delle idee concrete di affrontare questi problemi insieme.

Geog. G Greve Presidente della Fondazione Europea per il Software Libero

Fonte: THEForg3



QUI l'articolo in lingua originale
 

 
 
 
 
 

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