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Il
mio primo computer è stato un IBM PS2/30. Era il 1985 e, francamente,
quei 5 milioni di lire spesi per l’acquisto (inclusa una robusta e
paziente stampante a 9 aghi) furono alquanto pesanti per le mie finanze.
Ma era opportuno fare di necessità virtù: la mia professione di
insegnante di informatica non poteva decollare senza una adeguata
strumentazione hardware e software a supporto. Era massiccio, compatto,
forte, affidabile e robusto in tutti i suoi componenti. Lavorava che era
una meraviglia per ore ed ore: non avevo mai motivo di lamentarmi delle
sue prestazioni. Il PS2 cominciò a diventare stretto nel 1992.
Fu necessario sostituirlo con un più avanzato 486 DX2; vendetti il
vecchio IBM e ne ricavai circa 700.000 lire. Ormai aveva fatto il suo
onorato servizio ed era giunto al capolinea. Passavo da un hard disk da
10 Mb ad uno ben più capiente di 400 Mb: credevo che lo avrei usato in
eterno, che non sarei mai stato capace di riempirlo tutto. Non sapevo
allora quanto mi stavo sbagliando. Trascorsero altri sei lunghi anni,
una semi eternità per il mondo dei computer, e fui costretto a
sostituire il fedele ma ormai obsoleto 486 con un più potente e capace
Pentium 200, grande disco da 3 Gigabyte. “Sarò mai capace di riempirlo
tutto?” mi chiedevo con ansia, conscio delle mie ridotte potenzialità di
downloader.
Internet stava muovendo i primi passi in casa mia, complice un contratto
con un provider locale che forniva collegamenti via modem di nobile ed
elegante pacatezza. I tempi di download, paragonati alle frenetiche
linee ADSL attuali, sembravano ere geologiche; quando la velocità della
connessione superava i 700 bit al secondo, sembrava di udire infrangersi
il muro del suono. La linea telefonica era spesso intasata; il provider,
infatti, non si era certo dato pena di premunirsi, dotandosi di un
hardware adeguato al numero dei suoi clienti, pochi sì ma non
sufficientemente pochi. Ricordo, a volte con nostalgia, le lotte per
sottrarsi a vicenda il collegamento, i tentativi di chiamare il numero
con la speranza che qualcuno, nel frattempo, si fosse disconnesso.
Correva voce che alcuni misteriosi personaggi, più ammanicati di altri o
semplicemente più munifici nei confronti del provider, fossero in grado
di collegarsi ogni volta che ne avessero avuto voglia, a qualunque ora
del giorno e della notte. Si sussurrava che costoro, avessero stretto un
patto luciferino con il satanico fornitore d’accesso, forse firmato con
il sangue, che li metteva in grado di ordinare la disconnessione di
chiunque fosse in linea al momento senza avere i privilegi che
derivavano dall’avere sottoscritto analogo contratto. Noi, più derelitti
e meno disponibili a mettere mano al borsellino, continuavamo a sostare
in attesa nel limbo dei reietti, ripetendo meccanicamente il click del
mouse sul pulsante “connetti”.
Poi le primavere si succedettero agli inverni, le estati alle primavere,
gli autunni alle estati, nella eterna ed immutabile sardana. Una mattina
il Pentium 200 apparve invecchiato, ingrigito, imbolsito, i suoi tempi
di risposta aumentarono drasticamente, come sotto l’effetto di una
precoce senilità; il suo disco, un tempo snello ed elegante, guizzante e
muscoloso, apparve floscio ed appesantito dai troppi download, dalle
troppe trial versions installate senza freno e mai disinstallate. Alcune
inutilizzabili, ormai scadute, giacevano penzolanti, senza più link che
consentissero di accedervi dal desktop.
E giunse finalmente il tempo senza attese, l’azione che precede il
pensiero: niente più pause caffè tra un’elaborazione e un’altra, la
connessione sempre attiva e superveloce, tutto per un pugno di euro al
mese. Sembrava finalmente che ce l’avessi fatta, un potente genio della
lampada era mia disposizione per soddisfare ben più di tre miseri
desideri. Cosa desiderare allora? Ed ecco, ad un tratto non avevo più
desideri, non riuscivo più a godere il sottile piacere dell’attesa,
l’unico vero desiderio al quale ora non potevo permettermi nemmeno di
aspirare. Era questa l’età dell’oro dei computer, così a lungo
aspettata, tanto sognata? Non riuscivo a farmene una ragione, mi
aggiravo senza scopo tra le pagine web, che ora si presentavano sullo
schermo ad un mio semplice comando, quasi evocate. Il gigantesco hard
disk, capace di contenere miliardi di informazioni elementari, non
riusciva a smuovere la nuova e recente indifferenza, nella quale
improvvisamente ero piombato: ora che potevo tutto, non sapevo cosa
farmene di questo potere. Ero stato inglobato anch’io nell’hardware
della macchina come uno dei tanti chip dedicati a mansioni del tutto
superflue e secondarie: la mia era quella di premere i tasti.
Fu un evento del tutto fortuito a restituirmi al mondo. Mentre un
temporale improvviso avanzava all’orizzonte, un fulmine, forse caduto in
prossimità di qualche linea elettrica, indusse nei sistemi un improvviso
quanto breve black-out. Il computer ebbe un sussulto, perse
immediatamente potenza, si spense e subito ripartì, pronto a sgranare il
suo monotono e interminabile rosario di byte. Allora ebbi come
un’ispirazione, mi avvicinai alla presa di corrente e staccai la spina.
La macchina, con un rapido fremito ed un ultimo sottile sibilo della
ventola di raffreddamento, perdette completamente potenza e rimase
immobile e inanimata. Attesi qualche interminabile istante e provai a
riaccenderla, ma…niente da fare: non si avviava, restava inerte,
incapace di rispondere al benché minimo comando e incapace nel tempo
stesso di impormi il suo sottile e incondizionato dominio. Spensi la
luce della stanza, chiusi la porta e uscii per strada. Fuori c’era
ancora il mondo che avevo lasciato, diverso ma sempre lo stesso, più
splendente e più luminoso, anche sotto la pioggia del temporale che
ormai si andava intensificando. Vagai a lungo per le strade quasi
deserte, immerso in pensieri e riflessioni la cui essenza toccava la
natura dei rapporti e dei conflitti tra l’uomo e le macchine. Rientrai
in casa diverso, più rasserenato, mi avvicinai al computer, lo riaccesi
e cominciai a smanettarci sopra per riavviarlo. Era il primo vero gesto
d’affetto che usavo con lui, dimenticato da troppo lungo tempo, forse
l’inizio di una nuova amicizia, di un durevole rapporto di reciproca
stima. |
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