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Uomini nell’era dei computer

di Sergio Tardetti

 
 
 
 
 

Il mio primo computer è stato un IBM PS2/30. Era il 1985 e, francamente, quei 5 milioni di lire spesi per l’acquisto (inclusa una robusta e paziente stampante a 9 aghi) furono alquanto pesanti per le mie finanze. Ma era opportuno fare di necessità virtù: la mia professione di insegnante di informatica non poteva decollare senza una adeguata strumentazione hardware e software a supporto. Era massiccio, compatto, forte, affidabile e robusto in tutti i suoi componenti. Lavorava che era una meraviglia per ore ed ore: non avevo mai motivo di lamentarmi delle sue prestazioni. Il PS2 cominciò a diventare stretto nel 1992.
Fu necessario sostituirlo con un più avanzato 486 DX2; vendetti il vecchio IBM e ne ricavai circa 700.000 lire. Ormai aveva fatto il suo onorato servizio ed era giunto al capolinea. Passavo da un hard disk da 10 Mb ad uno ben più capiente di 400 Mb: credevo che lo avrei usato in eterno, che non sarei mai stato capace di riempirlo tutto. Non sapevo allora quanto mi stavo sbagliando. Trascorsero altri sei lunghi anni, una semi eternità per il mondo dei computer, e fui costretto a sostituire il fedele ma ormai obsoleto 486 con un più potente e capace Pentium 200, grande disco da 3 Gigabyte. “Sarò mai capace di riempirlo tutto?” mi chiedevo con ansia, conscio delle mie ridotte potenzialità di downloader.
Internet stava muovendo i primi passi in casa mia, complice un contratto con un provider locale che forniva collegamenti via modem di nobile ed elegante pacatezza. I tempi di download, paragonati alle frenetiche linee ADSL attuali, sembravano ere geologiche; quando la velocità della connessione superava i 700 bit al secondo, sembrava di udire infrangersi il muro del suono. La linea telefonica era spesso intasata; il provider, infatti, non si era certo dato pena di premunirsi, dotandosi di un hardware adeguato al numero dei suoi clienti, pochi sì ma non sufficientemente pochi. Ricordo, a volte con nostalgia, le lotte per sottrarsi a vicenda il collegamento, i tentativi di chiamare il numero con la speranza che qualcuno, nel frattempo, si fosse disconnesso. Correva voce che alcuni misteriosi personaggi, più ammanicati di altri o semplicemente più munifici nei confronti del provider, fossero in grado di collegarsi ogni volta che ne avessero avuto voglia, a qualunque ora del giorno e della notte. Si sussurrava che costoro, avessero stretto un patto luciferino con il satanico fornitore d’accesso, forse firmato con il sangue, che li metteva in grado di ordinare la disconnessione di chiunque fosse in linea al momento senza avere i privilegi che derivavano dall’avere sottoscritto analogo contratto. Noi, più derelitti e meno disponibili a mettere mano al borsellino, continuavamo a sostare in attesa nel limbo dei reietti, ripetendo meccanicamente il click del mouse sul pulsante “connetti”.
Poi le primavere si succedettero agli inverni, le estati alle primavere, gli autunni alle estati, nella eterna ed immutabile sardana. Una mattina il Pentium 200 apparve invecchiato, ingrigito, imbolsito, i suoi tempi di risposta aumentarono drasticamente, come sotto l’effetto di una precoce senilità; il suo disco, un tempo snello ed elegante, guizzante e muscoloso, apparve floscio ed appesantito dai troppi download, dalle troppe trial versions installate senza freno e mai disinstallate. Alcune inutilizzabili, ormai scadute, giacevano penzolanti, senza più link che consentissero di accedervi dal desktop.
E giunse finalmente il tempo senza attese, l’azione che precede il pensiero: niente più pause caffè tra un’elaborazione e un’altra, la connessione sempre attiva e superveloce, tutto per un pugno di euro al mese. Sembrava finalmente che ce l’avessi fatta, un potente genio della lampada era mia disposizione per soddisfare ben più di tre miseri desideri. Cosa desiderare allora? Ed ecco, ad un tratto non avevo più desideri, non riuscivo più a godere il sottile piacere dell’attesa, l’unico vero desiderio al quale ora non potevo permettermi nemmeno di aspirare. Era questa l’età dell’oro dei computer, così a lungo aspettata, tanto sognata? Non riuscivo a farmene una ragione, mi aggiravo senza scopo tra le pagine web, che ora si presentavano sullo schermo ad un mio semplice comando, quasi evocate. Il gigantesco hard disk, capace di contenere miliardi di informazioni elementari, non riusciva a smuovere la nuova e recente indifferenza, nella quale improvvisamente ero piombato: ora che potevo tutto, non sapevo cosa farmene di questo potere. Ero stato inglobato anch’io nell’hardware della macchina come uno dei tanti chip dedicati a mansioni del tutto superflue e secondarie: la mia era quella di premere i tasti.
Fu un evento del tutto fortuito a restituirmi al mondo. Mentre un temporale improvviso avanzava all’orizzonte, un fulmine, forse caduto in prossimità di qualche linea elettrica, indusse nei sistemi un improvviso quanto breve black-out. Il computer ebbe un sussulto, perse immediatamente potenza, si spense e subito ripartì, pronto a sgranare il suo monotono e interminabile rosario di byte. Allora ebbi come un’ispirazione, mi avvicinai alla presa di corrente e staccai la spina. La macchina, con un rapido fremito ed un ultimo sottile sibilo della ventola di raffreddamento, perdette completamente potenza e rimase immobile e inanimata. Attesi qualche interminabile istante e provai a riaccenderla, ma…niente da fare: non si avviava, restava inerte, incapace di rispondere al benché minimo comando e incapace nel tempo stesso di impormi il suo sottile e incondizionato dominio. Spensi la luce della stanza, chiusi la porta e uscii per strada. Fuori c’era ancora il mondo che avevo lasciato, diverso ma sempre lo stesso, più splendente e più luminoso, anche sotto la pioggia del temporale che ormai si andava intensificando. Vagai a lungo per le strade quasi deserte, immerso in pensieri e riflessioni la cui essenza toccava la natura dei rapporti e dei conflitti tra l’uomo e le macchine. Rientrai in casa diverso, più rasserenato, mi avvicinai al computer, lo riaccesi e cominciai a smanettarci sopra per riavviarlo. Era il primo vero gesto d’affetto che usavo con lui, dimenticato da troppo lungo tempo, forse l’inizio di una nuova amicizia, di un durevole rapporto di reciproca stima.

 
 
 
 

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