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Luci e ombre di una rivoluzione permanente. Sessant'anni dopo il voto alle donne.
di Elena Pulcini

1. In generale sono piuttosto scettica sul potere comunicativo delle celebrazioni e delle riflessioni che hanno origine occasionalmente da un centenario o da un anniversario simbolicamente significativo. Spesso c'e' infatti il pericolo di una stanca formalita' che finisce per opacizzare i contenuti sostanziali.
E questo e' un rischio che non voglio correre, trattando di un evento rilevante come la ricorrenza dei 60 anni dalla conquista del diritto al voto da parte delle donne. Provero' quindi a cogliere quest'occasione per proporre qualche riflessione, che non rifugga dalla critica e da uno schietto disincanto, sul percorso che, a partire da quell'ormai lontano 2 giugno 1946, ha caratterizzato la rivoluzione pacifica (e forse la piu' incisiva) del '900.
Con il referendum istituzionale che chiama i cittadini a scegliere tra Monarchia e Repubblica, le donne italiane, dopo una lunga serie di sconfitte e con sensibile ritardo rispetto ad altri paesi (non solo occidentali), ottengono di entrare a far parte dell'elettorato sia attivo che passivo; 21 di loro, inoltre, risulteranno elette nell'Assemblea costituente della nuova Repubblica.
E' evidentemente un passaggio epocale che coincide, non a caso, con una stagione felice della storia e della politica italiana, e che apre un varco attraverso il quale potranno susseguirsi ulteriori e importanti tappe di un cammino emancipativo tuttora in atto; nel quale converge un intreccio straordinario di ragioni e di passioni, di mobilitazione collettiva e di mediazione istituzionale, di coinvolgimento personale e di impegno politico, di mutamenti culturali e di battaglie giuridiche.
Ogni conquista sul piano del diritto - ed e' forse questo uno dei tratti distintivi della rivoluzione femminile - si presenta in altri termini come l'esito di un intenso e capillare lavoro di discussione e di presa di coscienza, che prima ancora di penetrare nelle istituzioni, scardina modelli culturali e relazionali, decostruisce immagini consolidate, penetra nella vita privata e interiore dei soggetti: scaturisce, in una parola, da un movimento inarrestabile che, pur attraverso momenti di implosione e di crisi, fornisce l'humus che andra' poi, di volta in volta, a depositarsi nelle leggi.
Ricordiamone allora alcuni momenti decisivi: la legge sulla parita' salariale tra uomini e donne del 1960; l'approvazione della legge sul divorzio del 1970 che vede le donne attive protagoniste; la tutela della maternita' alle lavoratrici dipendenti del 1971; la riforma del diritto di famiglia del 1975 che introduce la parita' tra i sessi in ambito familiare conferendo ad entrambi i coniugi la parita' sui figli; la legge sulla parita' nel lavoro del 1977; quella del 1978 sulla interruzione volontaria della gravidanza (la ben nota 194) che legittima la prevenzione delle gravidanze indesiderate e pone fine all'aborto clandestino; la legge sulle pari opportunita' per uomini e donne nell'ambito del lavoro e delle professioni, del 1991; le nuove norme sulla violenza sessuale del 1996, le quali stabiliscono che la violenza sessuale non e' piu' un delitto contro la morale, ma contro la persona; la legge sui congedi parentali del 2000 che estende la cura dei figli anche ai padri puntando ad una maggiore condivisione dei compiti all'interno del nucleo familiare; le misure contro la violenza nella relazioni familiari, del 2001, che stabilisce particolari sanzioni per il coniuge violento.
Si tratta, indiscutibimente, di conquiste emancipative che hanno fortemente dilatato gli spazi di autonomia e di liberta' per le donne, ridimensionando il potere maschile e patriarcale e ponendole su un piano di parita' e di uguaglianza con l'altro sesso. Ma non solo. L'acquisizione di determinati diritti (basti pensare alla legge 194) e' anche l'evidente testimonianza della battaglia, da parte delle donne, per l'affermazione di un principio che va oltre la prospettiva puramente emancipativa ed egualitaria e che, in Italia in particolare, ha visto una intensa fioritura a partire dal femminismo degli anni '70; vale a dire l'affermazione della differenza, che significa in prima istanza capacita' di autodeterminazione rispetto a territori confinati per secoli alla zona oscura ed amorfa di una astorica e destinale naturalita': come il corpo, la sessualita', la maternita'. Le donne rivendicano cioe' il diritto a gestire da soggetti tutto cio' che la cultura e la storia (maschili) hanno confinato nella sfera marginale del privato - come la nascita, la vita, l'amore - rivelandone il profondo significato simbolico e le stesse implicazioni politiche.
Tutto questo e' universalmente noto, anche perche' si tratta, appunto, di trasformazioni dirompenti che hanno via via trovato il modo di coagularsi nella sfera del diritto, producendo cosi' maggiore consapevolezza e acquisendo maggiore autorevolezza; tanto da consentire alle donne quei nuovi spazi di liberta' e di possibilita' che si sono progressivamente aperti nella vita pubblica e nelle professioni, nella sfera privata e nella politica, legittimandone una nuova dignita' di soggetti sia pubblici che privati.
Tuttavia, sarebbe un errore valutare queste conquiste attraverso un'ottica di illuministico ottimismo, per almeno due ragioni fondamentali: la prima e' che ogni acquisizione non e' mai definitivamente data, ma e' esposta, sul piano legislativo, a ciclici rischi regressivi o a interpretazioni arbitrarie e distorte; la seconda e' che, anche laddove si tratta di traguardi consolidati e indiscutibili, il diritto non e' sufficiente a garantire alle donne un'autentica liberta'.

2. Il primo aspetto e' forse il piu' facile da dimostrare e il piu' immediatamente visibile, almeno per chi segua con attenzione vicende che purtroppo sono spesso oggetto di indifferenza e di rimozione.
Basti fare due esempi recenti e significativi.
Il primo riguarda la sentenza della Cassazione, emessa nel febbraio scorso, che attenua la pena al patrigno stupratore perche' la ragazza aveva gia' avuto in precedenza rapporti sessuali. Si tratta evidentemente di un'intrepretazione del tutto discutibile, ma giuridicamente legittima della legge sulla violenza sessuale che di fatto ne azzera il contenuto emancipativo, ricadendo in pregiudizi a dir poco arcaici relativi alla  sessualita' femminile, la quale viene sempre ritenuta potenzialmente e oscenamente colpevole.
Il secondo, ancora piu' macroscopico, riguarda gli attacchi, piu' o meno espliciti e provenienti da vari settori del mondo politico, alla legge 194; attacchi che hanno prodotto non a caso la piu' intensa mobilitazione delle donne a cui si sia assistito negli ultimi anni, confluita simbolicamente nella grande manifestazione del 14 gennaio 2006. Nonostante, infatti, il consenso che eccezionalmente la legge sull'interruzione volontaria della gravidanza ha ottenuto e continua ad ottenere da parte di donne parlamentari di destra e di sinistra, essa torna ripetutamente ad essere rimessa in discussione, raccogliendo in un magmatico crogiuolo i dissensi del mondo cattolico e le ambiguita' della sinistra istituzionale; e confermando l'impressione che tanto piu' fragile e precaria una data acquisizione sembra essere quanto piu' e' incisiva per l'autonomia delle donne.
Nulla insomma e' mai definitivamente dato; e se e' vero che questa e' una ovvia e universale verita', lo e' tanto piu' per le donne a causa della pressione sotterranea e permanente che, a dispetto di un apparente e compiaciuto progressismo, una mentalita' e una cultura regressive, sempre in agguato, possono esercitare sul diritto.
Ma se, come dicevo, il rischio regressivo e' sotto gli occhi di tutti e soprattutto non sembra sfuggire allo sguardo attento delle donne, ogni volta pronte a mobilitarsi e a dare battaglia, piu' insidioso e sottile e' l'altro aspetto che dovrebbe immunizzarci da ogni facile ottimismo, e che potremmo riassumere nella insufficienza del diritto.
Basta infatti misurarlo con due ombre ineludibili che ne inficiano l'efficacia: la violenza e il potere.
L'esistenza di determinate leggi che proteggono le donne da varie forme di violenza non sembra granche' scalfire certe patologie sociali e culturali che persistono nonostante tutto o che, in maniera apparentemente inspiegabile, tornano addirittura ad acuirsi in determinati momenti; forse proprio in quei momenti - e' legittimo il sospetto - in cui la liberta' e la dignita' delle donne acquistano maggiore visibilita' e peso sociale.
Il diritto rischia in primo luogo di infrangersi contro la violenza, non nel senso, si badi bene, che la seconda ne rappresenta sempre e comunque la prevedibile e inevitabile trasgressione cui si risponde di rimando attraverso sanzioni; ma nel senso, molto piu' tortuoso, che la violenza sembra di fatto pervicacemente tornare ad azzerare quei valori e principi che il diritto, quale coagulo di difficili e faticose lotte, tenta di affermare.
Abbiamo assistito di recente al moltiplicarsi di episodi di violenza sulle donne (gli stupri a Milano in agosto, la violenza sessuale a Roma e Napoli, delitti d'amore e di gelosia, molestie e violenza in ambito domestico) che, a dispetto delle conquiste giuridiche, sembra attraversare come un fiume carsico una societa' per lo piu' indifferente e sempre incline a cadere nella trappola dell'omerta'.
Si tratta inoltre di episodi che non e' certo possibile scaricare sulla presenza "contaminante" di soggetti e culture altre, ancora dichiaratamente fondate su un atavico potere patriarcale. Nonostante il chiasso massmediale che e' stato fatto l'estate scorsa sul caso di Hina (uccisa da padre e fratelli in quanto trasgressiva della legge islamica), quale evento simbolico di una "arretratezza" e di una ferocia arcaica da cui l'occidente illuminato sarebbe immune; e malgrado il dilagare del dibattito sulla questione del "velo", dibattito spesso subdolamente connivente con il pericoloso mito dello "scontro di civilta'", non e' possibile ignorare i tanti episodi di violenza autenticamente nostrana che infestano le nostre citta' consegnandole, soprattutto per quanto riguarda la popolazione femminile, alla paura e all'insicurezza che spesso pervadono le stesse mura domestiche.
Sappiamo infatti che la prima causa di morte e di invalidita' permanente per le donne europee tra i 16 e i 44 anni e' la violenza dei mariti, dei compagni, dei padri; che il 90% di stupri, maltrattamenti, violenze fisiche e psicologiche degli uomini sulle donne avviene in casa; che ogni 4 minuti in Italia, e ogni 90 secondi negli Stati Uniti una donna viene stuprata. Insomma violenze e delitti di ogni sorta, a cui va tristemente ad aggiungersi la lista recentissima e quanto mai inquietante della violenza fra gli adolescenti, in cui quasi sempre la vittima e' una giovane teen-ager che diventa malauguratamente ostaggio di piccoli bulli in cerca di una distorta identita'.
Ma non solo. C'e' anche un altro tipo di violenza, meno eclatante e piu' indiretta, ma non per questo meno efficace, che e' quella della mercificazione e spettacolarizzazione dell'immagine e del corpo femminile che continua indisturbata ad imporsi, veicolata attraverso schermi di ogni tipo (la tv, il cinema, Internet); violenza tutt'altro che nuova, bensi' coeva a quella "societa' dello spettacolo" che da tempo erode ogni contenuto e valore, ma che attinge oggi nuovo vigore dall'imperversare di una logica competitiva selvaggia, alimentata dal modello delle "sfide" televisive e del "saranno famosi", spingendo le donne, soprattutto le piu' giovani, ad inseguire il sogno postmoderno di almeno un frammento di visibilita'.
Da sponde apparentemente opposte, queste due forme di violenza finiscono di
fatto per convergere nel riconfermare, ancora una volta, quel pernicioso e secolare pregiudizio che consiste nella identificazione delle donne con il corpo, con il loro corpo.
Velato o scoperto, ammirato o violato, assoggettato o trasgressivo, il corpo continua ad essere, sempre e comunque, il fondamento granitico su cui, attraverso le culture, si costruisce l'identita' femminile la quale rischia oggi di essere schiacciata nella desolante alternativa tra il "velo" e la "velina", tra il dominio coercitivo della tradizione e quello morbidamente pervasivo della postmodernita'.
Tutto questo vuol dire che il patriarcato non e' "finito" con l'introduzione del nuovo diritto di famiglia, o con il riconoscimento della violenza sessuale come delitto contro la persona (e non piu' contro la morale), o con le norme sui congedi parentali. Passi importanti certo e, e' forse opportuno ribadirlo per non offrire il fianco a possibili fraintendimenti, passi assolutamente necessari; e tuttavia non sufficienti.
Ne e' ulteriore testimonianza il fatto che la patologia della violenza non e', come ho premesso, l'unico terreno nel quale viene messa alla prova l'efficacia del diritto. Questo sembra infatti incorrere in un'altra difficolta', se non in un altro scacco, che riguarda il suo impatto con il potere e con le sue congenite anomalie.
Se e' vero che, per esempio, la legge sulla parita' del lavoro e quella sulle pari opportunita' hanno aperto alle donne l'accesso a ruoli professionali e istituzionali prima unicamente riservati al sesso maschile, e' anche vero che spesso questa apertura si rivela, almeno in parte, illusoria. Quella che si afferma infatti, in modo strisciante e nel migliore dei casi inconsapevole, e' una sorta di automatica svalutazione delle donne la quale fa si' che, nei luoghi di lavoro o nelle stanze alte della politica, esse vengano per lo piu' tenute ai margini, bloccate di fatto nella carriera o confinate in ruoli secondari; e spesso costrette, per sottrarsi a questa sorta di condanna alla mediocrita', ad una caricaturale mimesi del maschile che ne mortifica l'identita' e ne impoverisce le potenzialita'. A questo ostacolo invisibile che tiene le donne al di sotto di quella soglia oltre la quale soltanto si da' l'accesso reale al potere
inteso sia come prestigio sia come disponibilita' e gestione delle risorse, e' stato dato il suggestivo ed eloquente nome di "soffitto di cristallo": una barriera che non permette di toccare cio' che allo stesso tempo consente di vedere creando un'illusione di accessibilita'.
Questo non vuol dire che si debbano sottovalutare i pur consistenti successi delle donne nei vari settori del sociale - dalla magistratura all'universita', dalle professioni all'imprenditoria - dove negli ultimi 15 anni in Italia esse hanno ottenuto anche incarichi di responsabilita'. Non possiamo inoltre non rallegrarci di fronte alle dichiarazioni recenti del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che invita i partiti a dare maggiore spazio alle donne in ruoli dirigenziali.
Il fatto e', pero', che molto cammino c'e' ancora da fare; e che non bastano neppure successi a livello internazionale, come una Hillary Clinton o una Segolene Royal in odore di presidenza, per scardinare il pregiudizio diffuso di una inadeguatezza delle donne a ricoprire posizioni di potere; come migliaia di loro sperimentano ogni giorno nei luoghi del lavoro e della politica, oppresse dalla lotta impari per un riconoscimento di "eccellenza" - nuova e pericolosa parola d'ordine! - che quasi sempre stenta, nonostante i meriti, ad arrivare.
Certo, non si puo' negare che forse una delle ragioni di questa marginalita' sia da rintracciare nel complesso e tormentato rapporto delle donne stesse col potere, nella loro difficolta' ad identificarsi con la logica competitiva e stritolante che spesso la gestione del potere richiede, nella loro refrattarieta' al compromesso e nelle loro paure dei costi personali che necessariamente si pagano quando si arriva ai piani elevati della dirigenza.
Ma la verita' di questa ambivalenza non legittima il pregiudizio; e soprattutto, come provero' a suggerire piu' avanti, in questa ambivalenza, in questo scarto tra il volere e il non volere, tra il gestire e il non identificarsi, puo' risiedere uno dei punti di forza delle donne, laddove accettino davvero di rompere il tabu' del potere.
Tornando al diritto e alla sua insufficienza, si potrebbe allora proporre una prima osservazione conclusiva: il diritto non basta se non si e' realmente capaci di esercitare i diritti che esso consente di acquisire, modificando allo stesso tempo pregiudizi culturali e scompigliando le logiche sottilmente gerarchiche delle relazioni personali, decostruendo immagini consolidate e denunciando l'inconsistenza di certe presunte verita', correndo il rischio di scardinare in primo luogo nella propria interiorita' la potenza narcotizzante dell'ovvio.
Mi pare molto feconda, a questo proposito, la distinzione, proposta da Amartya Sen e (con particolare riferimento alle donne) da Martha Nussbaum, tra diritti e "capacita'", dove il secondo termine allude, appunto, non solo a cio' che ci viene riconosciuto e legittimamente attribuito ma anche a cio' che siamo effettivamente in grado di fare per realizzare la nostra dignita' di persone e cambiare in meglio le nostre vite; o per dirla con le parole stesse di Nussbaum, allude a "cio' che le persone realmente sono in grado di fare e di essere, avendo come modello l'idea intuitiva di una vita che sia degna della dignita' di un essere umano" (Nussbaum, Diventare persone, Il Mulino, 2001).
Proprio le donne (e non solo quelle dei paesi non occidentali, a cui Nussbaum specificamente si riferisce) mostrano spesso come si possano avere dei diritti, legalmente e formalmente attribuiti, senza possedere la capacita' di esercitarli, di farne uso; a causa, vorrei ribadire, della discrasia fra la sfera giuridica da un lato e quella culturale, emotiva, simbolica dall'altro.
Acquisire capacita' significa colmare quella discrasia, attraverso un lavoro incessante e capillare di trasformazione a tutto campo che spezzi le resistenze di una cultura profondamente radicata nella psiche e nell'immaginario dei soggetti.

3. Ma e' importante che nel fare questo, le donne non dimentichino di valorizzare la loro differenza. Questa non e', si badi bene, da intendersi in senso naturale e biologico, come cio' che le inchioda a determinati valori, qualita', comportamenti che finirebbero per ricostituire una identita' "femminile" rigida e coercitiva e per riprodurre, magari con un rovesciamento di segno e di valore, quel dualismo sessuale che e' stato sapientemente costruito, per secoli, dal pensiero patriarcale.
Inoltre, valorizzare la differenza non implica solo, come accennavo sopra, esercitare la propria capacita' di autodeterminazione su tutto cio' che riguarda il corpo, la sessualita', la vita. Ma vuol dire soprattutto valorizzare la capacita' di differenziarsi, di disidentificarsi dai modelli egemoni della cultura, della politica, della famiglia, svelandone le contraddizioni e le logiche gerarchiche, le aporie e le patologie. In questo, le donne conservano un vantaggio che deriva dalla loro stessa storia di esclusioni, di silenzi, di marginalizzazioni; una storia da interrogare, da decostruire, da rovesciare, per porsi in una posizione critica verso la presunta ovvieta' dei modelli consolidati e la protervia delle logiche di
potere e di dominio; e per poter pensare prospettive e modelli alternativi.
E in fondo e' proprio questo che le donne, e le migliori versioni del femminismo, hanno fatto in questi ultimi decenni: opponendo al soggetto neutro e logocentrico della modernita' un soggetto incarnato e contestuale, integrando l'etica dei diritti con quella della responsabilita' e della cura, innervando l'astrattezza del pensiero con la pratica dell'esperienza, disvelando la valenza politica del privato, rivitalizzando l'astratto formalismo della ragione con la potenza della passione, criticando il modello individualistico della soggettivita' attraverso l'attenzione al momento della relazione.
Tutto questo costituisce il bagaglio vitale da portare sempre con se', come una sorta di handbag, di prezioso accessorio del quale non si puo' fare a meno in nessuno dei molteplici ruoli che le donne oggi si trovano a ricoprire e che spesso fanno fatica a conciliare, rischiando a volte di cadere esse stesse in una logica settoriale che finirebbe per impoverire la ricchezza delle loro potenzialita'.
Questo bagaglio, peraltro faticosamente acquisito, non puo' essere lasciato a casa neppure nel momento in cui si accede a posizioni di potere, si entra nella politica, si assumono posizioni di responsabilita' pubblica.
Se e' piu' che legittimo aspirare all'ampliamento dei diritti, al consolidamento della cittadinanza e ad un ingresso nei vertici della politica, bisogna essere consapevoli del fatto che non basta lottare per una presenza numericamente maggiore delle donne. Il problema, detto banalmente, non e' solo quantitativo, ma qualitativo; riguarda cioe' i contenuti che le donne intendono portare nella politica. Il problema cioe' e' come far trasmigrare nella politica i contenuti eversivi del movimento delle donne, tenendo sempre aperto il bagaglio a mano che custodisce tutto cio' che dalla politica - sempre piu' incline ad essere, nel migliore dei casi, pura mediazione degli interessi, e nel peggiore, strumento di difesa di interessi particolaristici - e' stato finora, e prevalentemente, tenuto fuori: l'attenzione al contesto, alla cooperazione, alla singolarita', alla relazione, alla solidarieta'.
Forse un valido aiuto in questo senso puo' provenire proprio, come accennavo sopra, da quella che spesso viene giudicata come una debolezza delle donne: vale a dire la loro ambivalenza, la loro tendenza a collocarsi sempre in una soglia tra il "dentro" e il "fuori", la loro difficolta' di identificarsi col potere. E' infatti in questa ambivalenza, in questo scarto, che trova spazio la memoria di cio' che potrebbe essere altrimenti. E' in questo scarto che puo' prendere corpo l'ambizione, non liquidabile cinicamente come ingenua utopia, a migliorare le cose, cominciando con l'irrompere in modo irriverente nelle stanche formalita' della politica, col rifiutarne i linguaggi artificiosi, col denunciarne le modalita' non trasparenti, e soprattutto la prevalente indifferenza verso (e spero non mi si accusi di retorica) il bene comune.
Abitare questo scarto - che, certo, richiede l'abilita' rocambolesca del funambolo nietzscheano! - vuol dire, appunto, accettare di far parte del gioco, conservando pero', allo stesso tempo, quella capacita' di non identificazione che, forse, sola consente di immaginare qualcosa di diverso, di proporre alternative; o per dirla con un pensatore purtroppo obsoleto come Ernst Bloch, di coltivare quella speranza o desiderio del meglio che oggi sembra aver decisamente ceduto il passo alla vuota ideologia del qui ed ora.

4. Tenere aperto questo scarto significa inoltre mantenere la necessaria distanza dalle cose che consente di poter individuare quelli che sono i problemi e le sfide cruciali in un mondo sempre piu' caratterizzato dalla cifra della complessita': problemi e sfide che spesso non arrivano ad avere il dovuto risalto nell'agenda della politica ufficiale e della discussione pubblica, sebbene siano, paradossalmente, la testimonianza di mutamenti o sconvolgimenti epocali che richiederebbero il massimo stato di allerta e di attenzione.
La lista, a questo proposito sarebbe tutt'altro che breve, ma mi limitero' a segnalare due problemi fortemente rappresentativi.
Penso per esempio al problema dell'ambiente (dalla minaccia nucleare al global warming) che, pur investendo il destino dell'umanita' e dell'intero pianeta e delle generazioni future, sembra cadere per lo piu' in una generale indifferenza, contro la quale, data anche la loro ontologica familiarita' con la cura della vita, potrebbe forse mobilitarsi l'attenzione e la pratica delle donne.
E penso anche ad un'altra e inquietante sfida, sulla quale vorrei, sia pure rapidamente, soffermarmi in quanto riguarda piu' direttamente le donne: quella che proviene dall'enorme incremento del potere della tecnica e dal pericolo ad esso intrinseco di colonizzazione della vita.
Non si tratta qui di schierarsi pro o contro le innovazioni prodotte dallo sviluppo tecnologico. E' opportuno anzi ribadire il carattere spesso fuorviante del dibattito contemporaneo, laddove finisce per arenarsi nelle strettoie di una falsa e sterile alternativa tra tecnofobia e tecnofilia.
Il punto semmai e' tentare di mostrare come anche in questo caso ci imbattiamo in quella che ho definito l'insufficienza del diritto.
Provero' dunque a farlo con un esempio, relativo ad un evento recente, che ritengo particolarmente significativo: il referendum del 2005 relativo alla legge sulla procreazione assistita.
Non ho mai messo in discussione, sia chiaro, la necessita' del consenso al "si'" come voto politico ne' l'importanza di difendere una legge qualificante per l'autonomia delle donne. Ma il problema, appunto, sta nel fatto che il dibattito ha finito per polarizzarsi, anche da parte delle donne, nello scontro tra fautori del "si'", e sostenitori del "no"; in un'alternativa riduttiva che ha di fatto oscurato la complessita' e la profondita' dei problemi che ne costituivano la posta in gioco.
E la posta in gioco, per dirla con Barbara Duden (Il gene in testa e il feto nel grembo, Bollati Boringhieri 2006), e' nientemeno che il pericolo di un "monopolio del pensiero tecnologico" e di nuovi e piu' sottili assoggettamenti a cui le donne sono di fatto esposte in virtu' del carattere espropriativo ed invasivo delle biotecnologie. La posta in gioco sta nella progressiva riduzione del corpo, privato della sua qualita' di "corpo vissuto", a "corpo-carne", puro ammasso biologico di cellule e organi, e a "corpo diagnosticato", oggetto di illimitate intrusioni e manipolazioni.
Manipolazioni che rischiano non solo di privare le donne di quello che e' il loro potere per eccellenza - il potere di generare - ma anche di incidere perversamente e seduttivamente sui loro stessi desideri: di orientarli cioe' secondo gli imperativi del discorso tecnologico, secondo la parola d'ordine, a quest'ultimo sottesa, del "cio' che si puo' fare si deve fare".
Se la lotta delle donne per la soddisfazione del desiderio di maternita' e' sacrosanta, non si puo', pero', sottovalutare il fatto che le forme della sua realizzazione non sono neutrali e innocenti, ma profondamente compromesse con le logiche pericolosamente totalizzanti di un potere tecnologico che spaccia per desiderio delle donne cio' che invece e' solo l'esito indotto dalla sua vocazione al controllo e all'illimitatezza; e che sa rendere opache persino le eventuali alternative all'abbagliante range delle sue offerte.
Poco di tutto questo e' venuto alla luce durante i giorni della febbrile campagna referendaria, nonostante che non manchino, nel femminismo italiano, voci di denuncia dei pericoli riduzionistici e invasivi delle biotecnologie
(penso, tra le altre, alle riflessioni di Maria Luisa Boccia); e nonostante che comincino ad emergere spunti di analisi critica di quel processo di de-corporeizzazione del vivente nel quale sembra realizzarsi uno dei miti piu' inquietanti dell'immaginario tecnico-scientifico occidentale.
Sottrarsi all'ordine simbolico della tecnica e alla sua insidiosa seduttivita', significa, in primo luogo per le donne, ridiventare soggetti, del proprio corpo e dei propri desideri, magari per riscoprire o inventare nuove e diverse possibilita'; e soprattutto per far si' che la legittima acquisizione di un diritto non si traduca, paradossalmente, in una passiva acquiescenza agli imperativi del discorso tecnologico e, di conseguenza, in una lesione della propria identita' e in un indebolimento del proprio potere.
Questo non vuol dire che non si debba gioire della vittoria ottenuta. Vuol dire pero' acquisire la consapevolezza che il diritto puo' diventare tanto piu' efficace quanto piu' si e' in grado di riconoscerne i limiti; quanto piu' si e' in grado di confrontarsi a tutto campo, sul piano culturale e psicologico, etico e simbolico, con i problemi, spesso tortuosi ed immensamente delicati, rispetto ai quali esso, pur creando il preliminare e indispensabile terreno per una libera discussione, non puo' pero' fornire risposte pienamente risolutive.
La soluzione puo' venire solo dall'incessante e instancabile presa di coscienza delle donne, dal loro coraggio di confrontarsi anche con le piu' scomode verita' e, soprattutto, da quella capacita' di discutere e di confrontarsi che rappresenta la permanente testimonianza della loro voglia di condivisione, della loro capacita' di stare in relazione.
"Usciamo dal silenzio" e' lo slogan che ha attraversato il proliferare di incontri, manifestazioni, dibattiti seguiti alla manifestazione del gennaio 2006 in difesa della legge 194. Ma - si potrebbe obiettare - non l'avevamo gia' fatto in quel lontano 1946? In realta' si tratta di un compito senza fine che ogni volta si rinnova, deve rinnovarsi, per tornare a riaffermare quella capacita' di riconoscere e di affrontare sfide inedite, nella quale risiede il cuore stesso di una rivoluzione permanente.


Minime. 24 del 10 marzo 2007.
saggio pubblicato su "Iride", n. 49, dicembre 2006.
e_pulcini@philos.unifi.it

http://italy.peacelink.org
 
 

 
 

 

 
 


agli incroci dei venti, 10 marzo 2007

 

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