articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18

lavoro00.jpg (8530 byte)

Chi di quorum ferisce…

di Tonino Biffarino

ISCRIVITI

al  servizio di newsletter

 

busta lettera anim.gif (14893 byte)

 

 

Chi scrive è un mancato elettore pentito. In tempi di pentimento diffuso e di auto da fè permanente non ci si deve neppure stupire se anche in questo settore, nel quale il mutamento di opinione dovrebbe essere un dato fisiologico, compaia questa figura.

Sono oggi un dirigente del settore terziario, ho il mio bravo contratto di collaborazione coordinata e continuativa, guadagno sicuramente ben oltre la media nazionale; rendo e al momento, nonostante il mio cattivo carattere, non si profila il mio licenziamento nell’immediato futuro.

Dunque di questo referendum non dovrebbe importarmi nulla; e lo stesso era accaduto quando alle urne ci chiamarono i radicali, con una lista lunghissima che comprendeva la totale liberalizzazione del licenziamento.

Non avevo dubbi che si trattasse di una follia dal punto di vista liberista e liberale e di una iattura da scongiurare comunque per via dell’uso che settori padronali ultracodini ne avrebbero fatto. Avevo invece molti dubbi sull’esito di una simile consultazione; temevo cioè che i lavoratori si sarebbero piegati al loro stesso danno, seguendo i mastri pifferai del momento. Di conseguenza aderii alla vasta schiera di pessimisti-astensionisti, non andai a votare e contribuii con il mio comportamento ad invalidare la consultazione.

Che errore! La democrazia esige innanzitutto che perfino l’ondivaga pattuglia dell’estrema destra radicale abbia il diritto di partecipare allo strumento costituzionale, senza concedere alibi di martirio. Le opinioni si debbono confrontare, gli elettori sono maggiorenni e risponde a una concezione profondamente autoritaria impedire la pronunzia. Per di più, anche fra coloro che votarono, la maggioranza fu contraria alla libertà di licenziamento, caso unico dell’intero pacchetto di quesiti. Ed ancora non doveva non destare sospetto la strana unità di Destra e Sinistra: con solo qualche lodevole eccezione le forze politiche e sindacali invitarono i cittadini italiani alla diserzione, al non voto, affermando che il referendum non era "opportuno". Tutti avevano motivazioni diverse, tutti si esprimevano con mille riserve mentali; e noi astenuti abbiamo la responsabilità di aver seguito i nostri rappresentanti senza avvertirli della nostra opinione, quasi accettando un compromesso che era in realtà una ferita inferta al dettato costituzionale.

Ed ora eccoci al nuovo bivio; probabilmente il 15 Giugno ci si ritrova davanti al problema e le forze politiche ripropongono il canto dell’inopportunità, della necessità di risolvere il problema in altro modo, nel Parlamento.

Il più grande sindacato italiano, la CGIL, ha raccolto ben 5 milioni di firme per una legge d’estensione dei diritti, ma lo ha fatto quasi in alternativa al referendum. Si dimentica però che la proposta di legge non ha i numeri in Parlamento e che la maggioranza ha già scelto di attaccare la tutela esistente, riducendola, con una legge ormai giunta ad una soglia avanzata. E si dimentica che invece il referendum, pur se giudicato inopportuno,si terrà invece senza fallo (il 15 Giugno prossimo). Piaccia o non piaccia l’astensione diventerebbe il via libera alle norme volute dal Ministro Maroni (e chi non le vuole diventa nientemeno che complice dell’assassinio del professor Biagi!).

L’aver predicato nella tornata precedente l’astensionismo toglie a tutti noi che l’abbiamo predicato autorità politico-morale nella denunzia dei promotori dell’astensionismo odierno.

Me ne rendo conto; ma proprio perché una volta ho sbagliato non voglio insistere nell’errore (perseverare diabolicum). Preferisco dichiararmi pentito; non sarò più astensionista, non farò più lo stesso errore neppure quando i radicali ci obbligheranno a un qualche nuovo referendum inopportuno.

Questo è il mio appello: diventiamo ottimisti! Possiamo farcela, possiamo vincere a patto che ci si creda per davvero. I nostri rappresentanti istituzionali debbono avere chiaro che una campagna astensionistica non sarebbe loro perdonata, che bisogna consentire la pronunzia, qualunque essa sia. Ai nostri rappresentanti istituzionali possiamo e dobbiamo consentire un parere diverso, un "no" chiaro ed onesto, esprimendo pareri in piena coscienza. Ma non possiamo e non dobbiamo consentire una fuga ipocrita dal problema, non dobbiamo per piccineria e tattica spicciola, permettere un nuovo vulnus all’istituzione. Debbono tutti avere il coraggio di una posizione specifica, si deve lasciare libertà di coscienza nel dubbio o nella divisione; soprattutto ogni singolo uomo politico deve rispondere davanti all’elettorato delle proprie scelte (alcuni progressisti si dichiarano per il "no" legittimamente, ma si sono fatti eleggere nascondendo ai lavoratori schierati per il "si" questa loro posizione, barando illegittimamente).

E chi non ha imparato la lezione della precedente astensione, chi intende persistere in tale atteggiamento sconsiderato, finisce con il causare danni ancora maggiori ai ceti deboli in apparenza destinatari di una non richiesta tutela.


Società

Politica

Arti visive

Lettura

Scrittura

Punto rosa

Legalità

Paesi in guerra

Mondo

HOME