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Le ragioni del SI

di Donald Duck

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Il Governo Italiano avrebbe fissato la data di svolgimento del referendum per il giorno 15 Giugno 2003; la tornata elettorale sarebbe separata da entrambi i turni delle elezioni amministrative e i cittadini dovrebbero recarsi ai seggi per ben tre volte in soli 22 giorni.

La notizia è trapelata mediante indiscrezioni, senza essere preceduta da un dibattito e senza apparente discussione. Il Parlamento della Repubblica è rimasto estraneo al meccanismo della scelta e i promotori del referendum – che pure avevano chiesto l’accorpamento delle date – neppure sono stati consultati. E’ questo uno strappo istituzionale di una gravità senza precedenti nella storia dell’istituto referendario.

Fino ad una settimana prima del voto l’attenzione sarà dunque concentrata esclusivamente (o quasi esclusivamente) sulle elezioni amministrative che coinvolgeranno circa 12 milioni di elettori; in soli sette giorni un comitato nazionale privo di sovvenzioni elettorali dovrà poi convincere la maggioranza del paese a recarsi ancora una volta ai seggi, magari affrontando un viaggio dal luogo di lavoro al luogo di residenza.

La scelta comporta costi rilevanti di organizzazione, con impiego di uomini e mezzi (scrutatori compresi); il disagio per gli studenti e per le famiglie sarà di non poco conto per via di una continua e prolungata chiusura delle scuole. Lo si potrebbe evitare, si potrebbe risparmiare molto statuendo una coincidenza fra il primo turno delle amministrative e i referendum; ma tutti i teorici del risparmio e dell’efficienza sembrano essersi dissolti evitando qualsiasi commento.

Alla notizia del raggiungimento di un numero di firme largamente superiore al necessario i commenti – a destra come a sinistra - furono di speranzoso imbarazzo; di imbarazzo perché si era dato per scontato il fallimento dell’iniziativa, di speranza perché si confidava in una decisione o della Corte Costituzionale o della Corte di Cassazione che evitasse il voto. Poi le organizzazioni politiche si sono dovute arrendere alla dura realtà, definendo il referendum "inopportuno" e reagendo con sprezzante sicurezza.

L’onorevole Berlusconi ha subito dichiarato di non temere la pronunzia dell’elettorato e di voler affrontare il quesito a viso aperto, per primo proponendo di accorpare le scadenze allo scopo di accentuare le divisioni della sinistra; la sparuta minoranza neoliberista nella formazione DS ha colto l’occasione di rendersi visibile pronunziandosi per il "no" insieme ad altri gruppi minori. I grandi giornali si sono affannati a descrivere l’esito negativo della consultazione come scontato.

Dopo pochi giorni, tuttavia, a destra e a sinistra è prevalsa la prudenza, esaminati i sondaggi d’opinione per il palazzo assai poco tranquillizzanti. Il referendum è stato oggetto di confino, non se ne è più parlato se non in forma sprezzante come il "referendum di Rifondazione" o il "referendum di Bertinotti".

Non ci è cascato quasi nessuno. Tace Berlusconi, lascia libertà di coscienza Rutelli, sospira Cofferati, scuotono la testa Bossi e Fini; tutti quanti debbono rispondere a milioni di lavoratori che li votano. Quando Marco Pannella si lanciò sconsideratamente all’attacco delle garanzie minime dello Statuto si trovò abbandonato anche dai suoi stessi finanziatori e neppure l’ala liberale di Forza Italia lo difese; fu la prova generale dello schieramento astensionista che anche in questa occasione costituisce la gran tentazione dei due poli.

La data del 15 Giugno 2003 altro non è che la tromba di adunata per chi vuole impedire al popolo italiano di formulare liberamente la propria convinzione; il dilemma non è fra i decreti del Ministro Maroni e la lotta armata, come vorrebbero farci credere. Il dilemma vero è connesso alla decisione di imporre la restaurazione nei luoghi di lavoro e la volontà dei ceti produttivi che tale restaurazione intendono contrastare. Maroni non è l’inglese Blair e tanto meno Keynes redivivo; è il rappresentante del condono periodico, delle casse integrazioni concesse contro la legge, dell’aiuto statale, del più tradizionale sottogoverno a carattere locale. Chiamano flessibilità l’omissione contributiva, l’assalto alla diligenza degli aiuti, la ribellione alla normativa europea, l’arroganza dei padroni delle ferriere; ma questa non è flessibilità, è nient’altro che ciarpame reazionario a volte tollerato per via di una rete di complicità che ai Giudici della Repubblica è stato inibito rimuovere.

La domanda è semplice. In Italia vi sono più lavoratori o più datori di lavoro? E se come suggerisce la logica vi sono più lavoratori perché stupirsi se la maggioranza preferisce non trovarsi nella spiacevole condizione di poter essere cacciati senza ragione e senza ragione perdere l’unica fonte di sostentamento?

I lavoratori italiani hanno la possibilità di migliorare il loro destino: raggiungeremo il quorum e miglioreremo la qualità dell’esistenza di tutti.

 

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