articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18 articolo 18

lavoro00.jpg (8530 byte)

Perché il referendum sull’articolo 18

di Paolo Cagna Ninchi 

Presidente Comitato promotore referendum art. 18

ISCRIVITI

al  servizio di newsletter

 

busta lettera anim.gif (14893 byte)

 

 

La questione dei diritti nel lavoro, nella società ha segnato la più grande mobilitazione di questi anni e si lega alla questione della pace.

23 marzo 2002: tre milioni per l’articolo 18. 15 febbraio 2003: tre milioni per la pace.

C’è un nesso tra politiche economiche e sociali del neoliberismo e guerra preventiva: la flessibilità del lavoro, con la riduzione dei diritti sociali, è una gamba della globalizzazione del mercato e del controllo delle risorse mondiali.

La libertà di licenziamento è un tratto di barbarie sociale, fonda i rapporti sull’arbitrio, nega i principi costituzionali di difesa dei più deboli, ha ricadute sostanziali su diritti fondamentali quali libertà di pensiero, di espressione, di adesione a partiti, a sindacati, su ogni forma di tutela e diritto contrattuale e legale.

La guerra preventiva è l’affermazione planetaria del diritto del più forte, umilia la cultura dell’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale, straccia la nostra Costituzione, elimina il diritto internazionale, la volontà dei popoli.

Estendere l’articolo 18 vuol dire fermare la deriva di questi anni, porre la questione del lavoro e dei diritti sociali, legare tutele con qualità e sviluppo, rendere effettiva la Costituzione, dare corpo alla Carta europea dei diritti fondamentali su una questione che tocca dignità, sicurezza sul lavoro e libertà dei lavoratori.

Per questo è anche un referendum per la pace e contro la guerra.

Ed è un referendum che fa i conti con la storia recente.

Dall’approvazione dello Statuto dei lavoratori sono cambiati la struttura produttiva, l’organizzazione e il mercato del lavoro.

L’innovazione tecnologica, anziché migliorare le condizioni di lavoro e produrre più ricchezza per tutti è stata piegata a un’enorme riconversione dei processi di lavoro e, insieme con il decentramento produttivo nelle aree nelle quali il lavoro è svincolato da diritti e tutele, ha consentito un devastante attacco ai diritti sociali e alle libertà del lavoro e il radicale cambiamento dell’impianto costruito in un secolo di conflitto sociale. È andato in pezzi il sistema per cui lo sviluppo dell'industrialismo favoriva lo sviluppo della sinistra e la sua organizzazione: il sindacato sul fronte sociale, il partito su quello politico-istituzionale.

Si è ridisegnata la struttura sociale con due grandi fratture che si intersecano tra loro, una tra lavoro ed esclusione sociale e una tra lavoro regolare e lavoro irregolare.

La dequalificazione sociale del lavoro ha trovato sanzione nella delega sul mercato del lavoro, appena approvata, che costituisce il più radicale attacco al sistema di regole e diritti costruiti in un secolo di lotte sociali, giuridiche e politiche; stravolge l’intero diritto del lavoro – dalla tutela si passa alla istituzionalizzazione della precarietà – smantella i contratti collettivi come forma di solidarietà e difesa delle condizioni di lavoro, cancella il ruolo di rappresentanza e di contrattazione del sindacato, stravolge il patto sociale su cui si regge la Costituzione.

Il referendum risponde a questo, costruisce un fronte sociale e politico attento alla domanda che mondo del lavoro e grandi settori della società pongono a un palazzo che si occupa d’altro, così sulla guerra come sulla questione del lavoro, insofferente alla richiesta di partecipazione della società.

E c’è divisione anche a sinistra.

Ma noi non abbiamo promosso il referendum per uno schieramento politico, per un nuovo partito o altro.

Il referendum pone una questione di giustizia, di civiltà, con un SI o con un NO, a tutti i cittadini, indipendentemente da come votano alle elezioni politiche. Una battaglia di giustizia e di civiltà raccoglie le risorse, le intelligenze, le energie di chiunque - e comunque organizzato – ne condivide le ragioni, apre un confronto generale, senza barriere ideologiche, senza steccati di schieramento, senza logiche di primazia.

E’ certo però che dalla vittoria del SI nasce una nuova stagione sociale e politica con ragioni di unità per una sinistra ancora troppo attenta alle logiche di schieramento, ai propri processi interni, piuttosto che alle domande della società, del mondo del lavoro, dei più deboli.

 

Società

Politica

Arti visive

Lettura

Scrittura

Punto rosa

Legalità

Paesi in guerra

Mondo

HOME