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Not with a bang, but a whimper
di Simone Morgagni
Primo premio al concorso di scrittura "La memoria del Novecento"organizzato dal Centro Culturale Campo della Stella in
collaborazione con la Banca di Cesena.
Motivazioni primo premio - In una trattazione saggistica brillante e di taglio
decisamente personale la tematica della memoria storica viene esaminata nella complessità
dei suoi fattori, con significativi e puntuali riferimenti alla critica storiografica ed
al contesto dell'attualità. Pregevole lo spessore di ripensamento teorico.
Si chiede ai giovani cosa sia e cosa rappresenti per loro la memoria del secolo appena
concluso. Le risposte a guardare i dati paiono scoraggianti: basti pensare che, secondo
l'Ocse, la conoscenza storica nei paesi occidentali è in crisi oramai da tanti anni e
l'intelligenza del singolo non può compensare le carenze collettive di una società che
non reputa la storia una materia importante e degna di essere approfondita. Risalta
l'esempio del ragazzo americano che sentendo la locuzione "Seconda guerra
mondiale" chiese, in maniera intelligente, se significava che prima se ne fosse già
combattuta una
Purtroppo la memoria storica è morta. Oggigiorno sostenere questa tesi, come fanno del
resto gli storici Franco Venturi ed il forse più noto Erich Hobsbawm, non è certo
atipico e, purtroppo, non può neppure essere considerata una teoria priva di fondamento.
La società e la cultura odierne propugnano ed applicano una formula totalmente rivolta al
futuro e portatrice al contempo di una distruzione del passato, o meglio una distruzione
di tutti quei meccanismi sociali che connettono l'esperienza delle generazioni passate a
quella contemporanea. La maggior parte dei giovani nata negli ultimi due, tre decenni, è
cresciuta in una sorta di presente permanente in cui ogni rapporto con il passato, lontano
o recente, è stato reciso facendo sì che la cultura e la conservazione della memoria
storica siano custodite nelle mani di pochi studiosi e di un limitato numero di persone
colte. Questo è uno dei fenomeni più strani che la fine del secolo scorso abbia visto
nascere ed è oggi diventato una pericolosa realtà. Tutto ciò è avvenuto in conclusione
di un secolo che non ha precedenti nella storia dell'umanità. Un secolo che, sempre
citando Hobsbawm, si è aperto nel 1914 all'insegna di un progresso tecnologico destinato
ad assumere una caratteristica di crescita esponenziale e progressiva fino ai nostri
giorni: un progresso che ha rivoluzionato i trasporti e le comunicazioni, annullando il
tempo e la distanza e proponendo a ciascuno di noi una quantità di informazioni superiore
di gran lunga sia a quella mai avuta nel passato, sia a quella elaborabile e sopportabile
da una mente umana. Proprio questa condizione di sovrainformazione ha prodotto nell'ultimo
secolo quegli effetti di straniamento e difficoltà nel tramandare alle nuove generazioni
il cumulo di esperienze acquisite, che, in quanto storicamente recenti, non sono ancora
totalmente assimilate. La difficoltà che si pone quindi oggi è quella di dover
selezionare e comunicare alla generazione presente ed, in particolar modo, a quelle future
una quantità di dati storicamente veritieri e facilmente riscontrabili come tali.
Purtroppo il metodo di azione dei mass media moderni agisce in senso diametralmente
opposto, proponendo modelli e situazioni storicamente inverosimili oppure non proponendoli
affatto, ma sempre agendo su una massa di giovani che, a causa dell'età, non possono
avere una corretta concezione del passato, ma ancora mischiano ricordi, studio e
informazioni ricevute dall'esterno. Le iniziative destinate ad approfondire la memoria
storica nei giovani, pur lodevoli, sono spesso costrette a svilupparsi secondo queste
nuove forme di espressione massmediatiche per cercare nel pubblico una maggiore
disponibilità e, durante queste, purtroppo, solo una minima parte degli spettatori sa di
cosa si stia parlando, così durante le proiezioni cinematografiche proposte c'è stato
anche qualcuno che chiedeva dove fosse El Alamein e perché vi avessero girato un film. La
memoria storica è oggi ridotta ad essere patrimonio di pochi, mentre è sua
caratteristica fondante quella di essere un patrimonio condiviso dalla collettività in
maniera cosciente per potersi esprimere appieno. Per poter rimediare in qualche modo ad
una così spaventosa perdita di coscienza collettiva, il solo modo che ritengo plausibile
è quello di un corretto insegnamento della storia, delle caratteristiche e dei modi di
sviluppo della stessa compiuto all'interno dell'ambito scolastico. La storia, infatti, è
a torto considerata un po' come la Cenerentola delle materie, sia nelle scuole
dell'obbligo che nelle scuole di istruzione superiore non specialistiche. Bisogna
innanzitutto convergere su una posizione unitaria di partenza, che deve far notare come
non sia possibile insegnare la storia come mera raccolta di dati e date. Insegnare la
storia oggi dovrebbe equivalere a insegnare un metodo di indagine libero da pregiudizi e
faziosità, capace di essere poi applicato ai vari ambiti di studio; un metodo capace di
assicurare libertà di movimento sia agli insegnanti che agli studenti e dipendente solo
in parte dall'eterno problema dei tempi scolastici e delle necessità di valutazione.
Questo metodo permetterebbe agli studenti che lasciano la scuola di possedere quelle
nozioni di base e quello spirito critico fondamentali tanto nello studio e nella
comprensione dei fenomeni storici quanto nella vita di ogni giorno. Sarebbe oltremodo
utile proporre un'esperienza di lettura critica di quotidiani all'interno degli istituti
scolastici per formare una prima base di ricettività capace di accogliere una memoria
storica in gestazione. E' necessario quindi affiancare al tradizionale studio storico uno
studio di moderna concezione che parta dagli avvenimenti odierni per risalire nel tempo di
almeno due o tre generazioni, capace di formare quella giunzione tra passato e presente
che manca negli attuali programmi scolastici. La mancanza di memoria storica fa sentire
pesantemente i propri effetti sulla nostra società, come è stato chiaramente visibile
sia nel caso delle polemiche che hanno preceduto ed accompagnato le celebrazioni per il 25
aprile in Italia, sia nel caso della guerra angloamericana in Iraq, quando il Papa,
Giovanni Paolo Secondo, ha ammonito i "Giovani", Blair e Bush, dallo scatenare
una guerra pericolosa ed evitabile, facendo un pesante ed oneroso cenno alla mancanza di
memoria riguardo gli ultimi conflitti mondiali, da molti ormai non vissuti di persona, ma
ricordati ancora con terrore da chi era presente. Nello stesso modo la mancanza di memoria
storica ha fatto sì che di fronte alle dichiarazioni di Richard Perle e Donald Rumsfeld
che hanno dichiarato l'Organizzazione delle Nazioni Unite come inutile e a volte persino
dannosa, non si sia alzato alcun corale moto di protesta, dimenticando in un sol colpo i
milioni di morti che l'umanità ha pagato per giungere alla fondazione di quell'organismo
internazionale. La teoria neoconservatrice americana e il neoliberismo economico degli
ultimi anni stanno manifestando chiari sintomi di regressione storica, di perdita delle
lezioni imparate dal passato e propugnano un semplicistico ritorno alla pura forza
economico-militare che all'inizio del secolo ha provocato tante stragi. Oggi come non mai
la necessità di cultura e memoria storica degli avvenimenti e degli errori è vitale,
perché altrimenti il rischio che si corre è quello di avvicinarci agli uomini vuoti di
eliotiana memoria, che vedrebbero ciò che resta della memoria del passato spegnersi senza
alcun clamore, con un lontano e debole sussurro, restando soli in balia di vecchi nemici
che sembravano ormai sconfitti. |
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