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Perché parliamo prevalentemente

della pena di morte negli USA?


di Alessandra Ruberti - Coalit

Ogni tanto tornano a farsi sentire le voci di quanti ci accusano di parlare di pena capitale solo per quanto riguarda gli Stati Uniti e mai o assai poco per gli altri paesi in cui essa viene applicata.
In effetti è una sensazione più che giustificata, ma in parte da rivedere e correggere dopo un momento di riflessione.
La pena di morte è applicata in moltissimi Stati diversi dagli USA, sia in Occidente, come mostra il caso del Giappone, sia nei paesi in via di sviluppo (anche se nel continente africano è in aumento il fronte dei paesi abolizionisti de iure o de facto). Nello stesso Occidente, si torna a parlare di reintroduzione di pena capitale anche laddove è stata abolita, ogni qualvolta si verifica uno sconvolgente fatto di cronaca nera o di terrorismo, a riprova di quanto l'abolizione della pena capitale non sia un dato acquisito permanente nella mente dell'opinione pubblica.
Gli attivisti sanno (purtroppo molto bene) come in molti paesi si continui a praticare la pena di morte: gli USA sono in buona compagnia anche di Giappone, Cina, IRAQ e IRAN, per parlare di due Stati molto "di moda", Yemen, Arabia Saudita, Pakistan, Filippine, Cuba e via dicendo. Basta sfogliare uno dei tanti rapporti annuali delle associazioni di volontariato che si occupano del tema per vedere quanto è ancora troppo lunga la lista dei paesi detentori e quanto soprattutto siano diversissimi da Stato a Stato i reati puniti dalla pena di morte. Si va dalla blasfemia in Pakistan all'appropriazione indebita e alla produzione di falsi certificati di sterilità in Cina, solo per dirne alcuni.
Allora perché si parla prevalentemente di pena di morte negli Stati Uniti?
La risposta è in un certo senso lapidaria: perché ne parlano gli Stati Uniti stessi e i mass media.
In altre parole, gli Stati Uniti sono in grado di fornire una quantità ingente di documenti che permettono di conoscere come essi applichino la pena capitale in concreto. Gli attivisti, e con loro i parenti dei condannati e le famiglie delle vittime, possono conoscere step by step il percorso del condannato a morte dal processo all'esecuzione. Come molti sanno, esiste ad esempio un Protocollo con tutti i passaggi da compiere prima di una esecuzione per iniezione letale, diffuso ormai nei vari Stati dell'Unione. I dati inerenti le esecuzioni (modalità, quantità, regimi carcerari ecc.) sono resi pubblici e sono fruibili da quanti lo richiedano. Gli attivisti possono scrivere alle autorità carcerarie e politiche riguardo a specifiche situazioni e specifici detenuti e spessissimo ricevono anche una risposta personale.
Questa linea di condotta rientra nella concezione americana della democrazia: quello che viene fatto con l'iniezione letale può sembrare atroce, ma per la legge va eseguito e lo Stato non ha nulla di cui vergognarsi. Quindi, tutti hanno il diritto di sapere.
D'altro canto, vi è un secondo aspetto della delicata questione. Fino a poco tempo fa, le esecuzioni negli USA facevano più notizia di quelle eseguite in altri paesi perché le notizie arrivavano in tempo ed erano diffuse dai mass media. Quando gli abolizionisti denunciavano altri casi drammatici, purtroppo le scarse notizie e il muro di gomma dato dalle autorità di quei paesi impedivano ai mass media di dare risonanza alle notizie stesse, col risultato che, malgrado i comunicati stampa diffusi dagli abolizionisti, nessuno di essi veniva pubblicato sui giornali. Si sa: ciò che non passa dai mass media è come se non fosse mai esistito. Di qui, l'erronea convinzione nell'opinione pubblica che gli abolizionisti parlassero solo dei casi di pena capitale negli USA.
Tuttavia, grazie al lavoro di tantissimi abolizionisti, oggi si riesce a parlare anche di altri Stati, come mostrano i casi nigeriani, anche se non bisogna mai dimenticare l'uso strumentale che i mass media e i governi fanno delle esecuzioni: è un rischio che è sempre dietro l'angolo e che non va dimenticato, altrimenti si pensa che, ad esempio in Nigeria, non vi siano altre esecuzioni in atto solo perché non se ne parla.
In aggiunta a tutto ciò, c'è un'ultima considerazione da fare ed è collegata al ruolo egemone che gli Stati Uniti da anni stanno imponendo al resto del mondo. E' proprio il volersi porre alla guida degli altri paesi che li candida a Stato che dovrebbe fornire l'esempio migliore in tema di diritti umani. E' quindi ovvio che l'eventuale abolizione della pena di morte da parte degli Stati Uniti aprirebbe la strada all'abolizione della pena di morte in tutto il resto del mondo. Tanto è vero che la Cina, l'Arabia Saudita e il Giappone non accettano lezioni su questo punto poiché dichiarano di non voler intraprendere una strada che invece gli Stati Uniti continuano a ignorare.
Allo stato attuale delle cose, la situazione sta lentamente mutando: la pena capitale non è più accettata come un dogma negli Stati Uniti. Nello stesso Giappone il mondo accademico si sta domandando se sia giusto esercitare un dominio così assoluto sull'essere umano, visto che la stessa società si sta interrogando e sta ponendo (lentamente) in dubbio il primato dello Stato sull'uomo. In Cina, l'Unione europea pone a rischio gli accordi commerciali se lo Stato continua a uccidere le migliaia di persone che ancora oggi non sono neppure conosciute in tutta la loro esatta realtà numerica.
Gli attivisti continuano a fare le loro denunce e a raccogliere i loro dati, in modo da essere il più possibile a conoscenza del fenomeno nella sua completezza. Purtroppo, la battaglia contro la pena di morte ricorda molto quella contro la schiavitù: ci sono voluti tanti anni e prima di tutto un cambiamento di mentalità, più lento in realtà del cambiamento legislativo. Comunque, anche la schiavitù venne abolita dal legislatore. Speriamo che anche la pena capitale veda lo stesso esito.


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