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Roberto, morto ad Auschwitz

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Il 27 gennaio, alla scuola elementare Mordani di Ravenna, verrà posta una targa, nel corso di una cerimonia che vedrà coinvolti gli alunni delle classi quarte e quinte, dell’istituto comprensorio Mario Montanari e del Liceo Dante Alighieri, in memoria di Roberto Bachi che frequentò la quarta classe elementare nell’anno scolastico ’37-’38 e morì ad Auschwitz nell’autunno del 1944, come riporta Liliana Picciotto ne' "Il libro della memoria". Sono stati gli ex compagni di Bachi ad organizzare, in collaborazione con la scuola, una manifestazione in sua memoria dopo aver scoperto il suo nome tra i tanti riportati sulla lapide in piazza Garibaldi.

"A marzo dello scorso anno - sottolinea il dirigente scolastico del Mordani Giorgio Gaudenti – ho organizzato una riunione con alcuni ex compagni di Roberto Bachi che mi hanno espresso la volontà di ricostruire gli ultimi anni della sua vita nei campi di concentramento. Da allora la nostra ricerca non si arrestata: abbiamo ricostruito la storia della famiglia di Roberto, arrivato a Ravenna nel 1937 a seguito del trasferimento del padre che cessava dalla carica di capo di stato maggiore del comando d’armata di Torino per assumere il comando della divisione di fanteria Rubicone, di stanza nella nostra città, ed è proseguita con la raccolta di fotografie, delle pagelle e di alcune lettere scritte ai compagni da Bachi. Il 27 gennaio, giorno in cui, nel 1945, vennero aperti i cancelli di Auschwitz, porteremo nell’atrio della scuola una lapide in memoria di Bachi che riporterà il suo numero di matricola nei campi di concentramento e gli ultimi voti tratti dalla sua pagella scolastica ancora in nostro possesso".

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La famiglia Bachi abitò a Ravenna, a palazzo Guiccioli, per un solo anno: poi il padre venne trasferito a Piacenza, dispensato dal servizio il primo gennaio del 1939 e collocato in congedo assoluto con uno stipendio di 14 mila lire annue contro le 36 mila lire percepite fino a quel momento. Roberto non poté più frequentare la scuola, proibita ai ragazzi ebrei dalle leggi razziali del ’38-’39 e si trasferì con padre e madre a Parma, dove quest’ultima aveva alcuni parenti, nel 1943 padre e figlio finirono nelle mani dei tedeschi a Torrechiara, secondo la ricostruzione della Picciotto, mentre della madre rimane una struggente testimonianza sull’arresto dei suoi cari in una lettera scritta ad un’amica ravennate e riportata sul testo di Gregorio Carovita ‘Ebrei in Romagna’. "Corsi alla stazione e vidi il treno già lontano, svenni sul marciapiede, non li vidi più, non seppi più nulla di loro.

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